Meditazioni sul Vangelo

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Erano assidui e concordi nella preghiera

Erano assidui e concordi nella preghiera

At 1, 14

Per giungere a praticare il comandamento dell'amore e per diventare sia individualmente che come comunità: Tempio di Dio, abbiamo visto in un incontro precedente che era necessaria la costanza nell'ascolto dell'insegnamento degli apostoli, ma praticare il comandamento dell'amore e diventare tempio di Dio non sono cose di poco conto e non è sufficiente un solo mezzo, ne servono diversi. Il libro degli Atti ce ne indica un altro quando dice che gli apostoli: Erano assidui e concordi nella preghiera.

Gesù era appena salito al cielo, non era più possibile vederlo e la nostalgia di Lui abitava il cuore di coloro che Lo avevano amato. Gli apostoli, dal monte degli ulivi dove Gesù li aveva lasciati per il cielo, erano tornati a Gerusalemme e si erano radunati al piano superiore di una certa casa; è a questo punto che il libro degli Atti dice che erano assidui e concordi nella preghiera insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di Lui (At 1, 14). A Gerusalemme, in un clima di preghiera e di comunione fraterna, attendono il dono dello Spirito Santo.

Dalla considerazione di questi fatti, si può dedurre che la preghiera era per gli apostoli il mezzo per rimanere in comunione con Gesù nonostante la sua assenza, era un mezzo che contribuiva a far crescere l'unione fraterna ed era anche un mezzo che li disponeva ad accogliere il dono dello Spirito Santo.

Aspetti teorici

Tentiamo ora alcuni approfondimenti. Il primo punto che mi sembra necessario approfondire riguarda la condizione della preghiera. La condizione fondamentale perché possa sorgere la preghiera è la fede; e c'è la fede quando il cuore dell'uomo in qualche modo sa che Dio c'è anche se non si vede; quando poi si sa che Dio c'è e per qualche motivo si sente la necessità di entrare in relazione con Lui, ecco che nasce spontaneamente la preghiera. La nostra capacità di pregare dipende quindi dalla solidità della nostra fede e dall'intensità del desiderio o dall'intensità della necessità di entrare in relazione con Dio.

Possiamo quindi dire che il fine della preghiera è di mettere in relazione con Dio. Questa relazione è però una relazione che avviene nel chiaro scuro della fede. Il lato chiaro è che, in virtù della fede, colui che prega parla a Dio come a qualcuno che ha la consistenza di una persona, e per questo aspetto la preghiera è simile alle nostre quotidiane relazioni. Il lato oscuro invece dipende dal fatto che colui che prega, pur nella certezza di rivolgersi ad una persona, si rivolge ad una persona che non vede, non gli è quindi consentito vedere l'espressione del suo volto, sentire le sue risposte e quindi sapere se la sua preghiera verrà esaudita, quando verrà esaudita, in che modo verrà esaudita; se era una preghiera di lode o di ringraziamento non è dato sapere se Dio ha gradito tanto o poco la lode o il ringraziamento. Queste sono le regole del gioco, e il bello del gioco è una cosa tutta da scoprire; lo scopriranno coloro che accettano di giocare e di giocare fino alla fine.

Coloro che pregano è come se si muovessero in una sfera con due limiti: uno superiore ed uno inferiore. Nei pressi del limite superiore si ha una certa percezione, un certo sentimento della vicinanza di Dio, ed allora la preghiera è facile, fervorosa, appagante, non si vorrebbe smettere di pregare. Da queste parti traviamo quindi la preghiera con le relative consolazioni. Nei pressi del limite inferiore si ha al contrario il sentimento della lontananza di Dio, ed allora la preghiera è faticosa, triste, non da nessuna soddisfazione, si ha l'impressione che Dio non ascolti e che, in fondo, pregare sia inutile. Da queste parti troviamo la preghiera senza consolazioni.

Esiste anche la possibilità di uscire dal limite inferiore. Questo avviene quando si dice di no a Dio, gli si volta le spalle e non si vuole più avere nessun rapporto con Lui. Escono invece dal limite superiore coloro che sono ammessi a vedere Dio faccia a faccia ed a parlargli come un uomo parla ad un uomo. Le vie di uscita sono solo queste due, non ce n'è una terza, tutti dovremo passare per l'una o per l'altra.

Visto che ci siamo avviati ad esaminare gli aspetti teorici della preghiera conviene considerare anche le varie forme che questa può assumere. Ci può quindi essere una preghiera personale o individuale e una preghiera comunitaria. Ognuno di noi infatti è un individuo, una persona singola ben definita, che però non può vivere se non facendo parte di una comunità; si ha allora un rapporto con Dio sia in quanto persona singola sia in quanto persona facente parte di una comunità di credenti. Quale delle due forme è più importante? È un po' come chiedersi se sia più importante la gamba destra o quella sinistra, per camminare servono tutte e due; così, sia la preghiera individuale che quella comunitaria ugualmente concorrono a farci progredire sulle vie di Dio.

C'è poi la preghiera che usa formule fisse recitate ad alta voce, oppure cantate, e c'è quella che non usa formule fisse, ma ognuno, a seconda delle necessità, si rivolge a Dio con parole sue, oppure si ferma a considerare o meditare ora un aspetto ora un altro di quanto Dio dice agli uomini mediante la Sacra Scrittura, mediante l'insegnamento della Chiesa o mediante certi fatti che accadono nella vita. Anche in questo caso, sia la preghiera con formule che quella senza formule, reciprocamente si aiutano a costruire la relazione con Dio.

I due motori della preghiera

Chi si incammina con consapevolezza ed onestà sui sentieri della preghiera, giungerà ad un certo punto in cui dovrà prendere coscienza del limite, dell'insufficienza, dell'inefficacia della sua preghiera: questa sembra diventare incapace di realizzare il suo scopo, ossia la comunione con Dio.

Sono momenti dolorosi e tenebrosi in cui si è vicini al limite inferiore di cui parlavamo prima, tuttavia, nonostante le apparenze, se si persevera, questi momenti che possono durare anni ed anni, preparano il passaggio verso un'altra forma di preghiera, preghiera che non sarà tanto opera dei nostri sforzi, ma soprattutto un dono di Dio, ossia il frutto dei doni dello Spirito Santo, il quale, mentre in un primo tempo intercedeva con insistenza per noi con gemiti inesprimibili (Rm 8, 26), ora diffonde con soavità e pace i suoi doni.

Questo significa che due possono essere i motori della nostra preghiera: noi stessi o i movimenti dello Spirito Santo; il primo motore è fatto per essere sostituito dal secondo; questa è la condizione essenziale per giungere a scoprire la bellezza del gioco, il gioco d'amore fra Dio e la sua creatura. Quando avviene questa sostituzione è come l'inizio di un nuovo cammino; mentre prima la componente principale della preghiera era di ordine naturale, dopo, ciò che la anima è prevalentemente di ordine soprannaturale. Se volessimo osservare questi due momenti nella vita degli apostoli potremmo dire che il primo momento va dalla loro infanzia fino al giorno di Pentecoste, giorno in cui ricevono il dono dello Spirito Santo, il secondo momento va dal giorno di Pentecoste al loro ingresso nella patria Celeste.

Per completare le riflessioni teoriche sulla preghiera, rimane da considerare quali siano gli elementi di cui può essere composta; questi elementi sono: la domanda, il ringraziamento, la lode. La preghiera di domanda nasce dalle molteplici nostre necessità: malattie, disgrazie, paure angosce… Queste situazioni ci spingono verso Dio per sollecitare il suo aiuto ed il suo intervento. La forma più alta della preghiera di domanda è quella che intercede per coloro che non pregano, non credono e spesso combattono e opprimono i credenti: è la preghiera di Gesù sulla croce: Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno (Lc 23, 34).

La preghiera di ringraziamento nasce invece quando certi fatti, interiori o esteriori, vengono percepiti come una risposta di Dio ad una precedente preghiera di domanda, oppure, quando ci rendiamo conto che la sua bontà si è manifestata prevenendo la nostra domanda.

La preghiera di lode infine nasce dallo stupore per la bellezza delle opere di Dio; bellezza che può essere colta nella natura, oppure nell'opera di salvezza che Dio compie in nostro favore. Questa preghiera è destinata a raggiungere la sua massima perfezione quando loderà Dio non solo per i beni che ci ha concesso, ma anche per la bellezza e la bontà che Lui è in se stesso, si avrà quindi la perfezione di questa preghiera quando vedremo Dio faccia a faccia così come egli è (1Gv 3, 2).

Aspetti pratici

Dopo le riflessioni teoriche proviamo a farne altre di tipo pratico. Abbiamo detto che le condizioni da cui nasce la preghiera sono la fede e la consapevolezza della necessità di rivolgersi a Dio; spesso quello che manca non è tanto la fede, ma l'acuta consapevolezza della nostra radicale dipendenza da Lui, nel senso che, se riusciamo a stabilire un contatto con Lui viviamo, ma se non lo stabiliamo moriamo. Il Signore ce lo dice chiaramente: Io sono la Vita... senza di me non potete fare nulla... Io sono il pane della vita... perché chi ne mangia non muoia (Gv 14,6 ; 15,5 ; 6, 48-50). I santi hanno questa acuta consapevolezza, ed allora ci dicono che pregare è tanto importante per la vita dell'anima quanto la respirazione lo è per la vita del corpo. Un rabbino insegnava alla sua comunità che l'essenziale della sua vitalità l'uomo lo riceve dalla preghiera, e Sant'Alfonso Maria de Liguori usava dire: Chi prega si salva, chi non prega si danna.

Ma per chi deve ancora incominciare, per chi è un po' duro di comprendonio, non è raro che siano proprio certe situazioni di disagio, certe disgrazie, a spingere con una certa rudezza a prendere coscienza della necessità di rivolgersi a Dio. Nel Vangelo sono molte le situazioni di questo tipo. Ad esempio: sia i lebbrosi che il cieco Bartimeo dal profondo delle loro disgrazie gridano: Gesù... abbi pietà di me (Lc17,13 ; Mc 10,47). La Cananea, nonostante l'apparente indifferenza di Gesù, Lo supplica con insistenza per la sua figlia indemoniata (Mt 15, 22ss), ed il centurione per il suo servo paralizzato (Mt 8, 5ss). Anche ai nostri giorni un cammino di preghiera inizia spesso da situazioni simili.

Un collega di lavoro mi diceva che un giorno si era trovato ad ascoltare il racconto della vita di un uomo; era la storia desolante di uno che si dibatteva fra l'alcol e gravi problemi familiari, alla fine del racconto aveva sentito come se il destino di quell'uomo fosse stato consegnato nelle sue mani, si sentiva tuttavia impotente di fronte alla gravità della situazione; è stato allora che si è rivolto a Dio più o meno con queste parole: Se ci sei... se puoi fare qualche cosa... fallo per lui. È successo poi che contro le previsioni dei medici quell'uomo ha smesso di bere ed ora sta tentando di ricostruire la sua esistenza.

Quando Dio non ascolta

Un altro problema pratico che può sorgere in un cammino di preghiera è quando si ha l'impressione che Dio non ci ascolti.

Rispondere a questo interrogativo non è facile, possiamo tuttavia tentare qualche riflessione di carattere generale.

- Un primo caso può essere quando si chiedono delle cose che a noi sembrano un bene, ma Dio vede che sono un male; un po' come se dei bambini piccoli volessero a tutti i costi giocare con i fiammiferi o con i coltelli, avrebbe ragione la mamma a non soddisfare le loro richieste.

- Un altro caso è quando vorremmo che Dio ci aiutasse a realizzare un certo progetto, che in sé potrebbe anche essere bello e buono, ma non corrisponde a ciò che Dio vuole in quel momento o in generale per noi. Capita infatti molto spesso che: I pensieri di Dio non sono i nostri pensieri, le sue vie non sono le nostre vie (Is 55,8), allora è naturale che Dio non risponda alle nostre attese. Le regole del gioco non sono che Dio deve adeguarsi ai nostri progetti, ma siamo noi che dobbiamo adeguarci ai suoi. Di solito diventare docili nelle mani di Dio, come la creta nelle mani del vasaio (Ger 18,6), richiede un certo tempo e qualche tribolazione.

- Altre volte Dio ritarda la sua risposta o il suo intervento per mettere alla prova la costanza e la fede di colui che prega; perché la costanza e la fede aumentano il premio che Lui vuole concederci. Questo è il caso della donna Cananea a cui il Signore in un primo tempo resiste (Mt 15, 22ss).

- Un altro caso in cui può sembrare che il Signore non risponda è quando si chiede che il suo intervento vada ad agire sul cuore di qualcuno; ma agire sul cuore di qualcuno è la cosa più difficile e delicata che ci sia. Bisogna rispettare i tempi di maturazione di quella persona e soprattutto la sua libertà, nessuno può sostituirsi ad una persona nelle sue scelte; la si può aiutare, si può con discrezione insistere perché scelga la via del bene, ma la scelta ultima e definitiva nessuno può prenderla al posto suo. Questo è il caso di Santa Monica che per più di un decennio ha pregato per la conversione di suo figlio; poi, un certo giorno, le sue preghiere, la grazia di Dio, la maturazione del cuore e la libertà di Agostino hanno fatto si che lui si orientasse definitivamente sulla via della santità, e da allora ai nostri giorni e fino alla fine dei giorni, S. Agostino rimarrà una luce che brilla nella notte per coloro che cercano e amano la Verità. Dio ha dei tempi e delle conoscenze che noi non abbiamo, noi non conosciamo la profondità e complessità di certi cuori e di certe situazioni e il più delle volte non abbiamo la pazienza che quelle situazioni richiedono.

- Un altro motivo per cui la comunicazione fra noi e Dio sembra infrangersi contro un muro, dipende dal fatto che il tempo che stiamo vivendo su questa terra risente delle conseguenze del peccato originale, ossia della rottura dell'amicizia fra Dio e l'uomo. Quando due amici hanno rotto, diventa difficile riallacciare rapporti di confidenza e di affetto. È anche per questo che pregare è spesso un faticoso impegno in cui cerchiamo Colui che sentiamo lontano. Gesù, che è venuto a riparare questa rottura, ha sperimentato per noi sulla croce quanto è atroce sentirsi abbandonati da Dio e la sua preghiera in quel momento è stata: Dio mio Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27, 46). È possibile che a qualcuno venga chiesto di partecipare a questa preghiera di Gesù che si infrange contro il cielo chiuso; è il caso di Santa Teresina di Gesù bambino durante l'ultimo anno della sua vita. Anche nei Profeti e nei Salmi possiamo trovare innumerevoli esempi di lamenti per la lontananza e l'insensibilità di Dio nei confronti di chi appassionatamente si rivolge a Lui. Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non soccorri? (Ab 1,1). Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?… (Sal 12, 1). Svegliati, perché dormi, Signore? Destati, non ci respingere per sempre. Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra oppressione? (Sal 43, 24-25)

- C'è ancora una considerazione da fare sul problema della risposta di Dio alle nostre preghiere. Il problema nasce dalla discordanza fra ciò che noi chiediamo e ciò che Lui vuole concederci; in altri termini: il più delle volte ciò che noi chiediamo è molto al di sotto di ciò che Dio vuole concederci, e ciò che Dio vuole concederci molto spesso non lo chiediamo. A questo proposito San Paolo dice che noi: Nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ed allora ci viene in aiuto lo Spirito Santo che intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili... secondo i disegni di Dio (Rm 8, 26-27). Questo vuol anche dire che il tempo della vita presente non è tanto il tempo in cui è importante che Dio risponda alla nostra preghiera, quanto il tempo in cui è importante che noi impariamo a chiedere secondo il desiderio di Dio. In definitiva, ciò che noi chiediamo sono di solito delle cose che sono belle e buone, sono dei doni di Dio, ma non sono Dio stesso, ed è invece Dio stesso che dobbiamo imparare a desiderare sopra ogni cosa.

Il Signore ci orienta su questa via quando dice di cercare prima il Regno di Dio perché le altre cose ci verranno date in aggiunta (Mt 6, 33) e nel Padre nostro ci insegna a chiedere: Venga il tuo Regno (Mt 6,10); ora, questo Regno non è tanto qualche cosa che deve venire dall'esterno, ma piuttosto qualche cosa che incomincia ogni volta che il cuore di un uomo accetta che sia Dio a governare la sua vita; il Vangelo di Giovanni ci dice che cos'è la vera vita: Questa è la vita eterna: che conoscano Te, l'unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo (Gv 17,3) o ancora come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me (Gv 6,57).

Già nell'Antico Testamento lo Spirito Santo ispirava il salmista con queste parole: L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio? (Sal 42, 3) oppure: Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto (Sal 27, 8-9). Ed è ancora lo Spirito Santo che Gesù ci invita a chiedere: Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono (Lc 11, 13). Come abbiamo visto, gli apostoli riuniti in preghiera si preparavano proprio a ricevere questo dono.

Le risposte di Dio

Collegato al problema della risposta di Dio, c'è quello della perseveranza. Per ottenere delle risposte a volte bisogna insistere a lungo, noi siamo invece tentati dallo scoraggiamento dalla stanchezza e dal sentimento dell'inutilità della preghiera; allora il Signore ci incoraggia e ci sprona dicendo: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto (Lc 1, 10-11).

Queste parole, oltre ad esortarci a perseverare, ci dicono anche che colui che insiste avrà delle risposte. La risposta di Dio ci raggiunge di solito in tempi e modi che non immaginiamo.

- A volte, dopo anni ed anni di tribolazioni, quando meno ce lo aspettiamo la risposta si presenta come un fatto che viene a modificare il percorso della nostra vita.

- A volte la risposta di Dio ha la forma della consolazione interiore, consolazione che può giungere anche alle lacrime.

- Altre volte può raggiungerci attraverso le parole di un sacerdote o della Sacra Scrittura. Quando questo accade, si rimane sorpresi dalla precisione con cui quelle parole si adattano alla nostra situazione, e dalla luce, dal sollievo, dall'incoraggiamento che esse infondono.

- Altre volte ci è dato di sperimentare come la preghiera sia sorgente di pace, di serenità e di forza nel percorrere la via che il Signore ci ha tracciato.

- Altre volte si manifesta come chiarificazione della nostra intelligenza su certi punti della dottrina cattolica, o sul comportamento da tenere in certi momenti difficili.

- Altre volte invece, il Signore sembra tacere in questi momenti, poi, quando il momento difficile è passato arriva una parola o un fatto a farci comprendere che il Signore era vicino anche quando sembrava assente e noi abbiamo fatto male a non fidarci di Lui.

- Altre volte non è tanto una risposta alla nostra preghiera, quanto una sua iniziativa che lascia impressa nella nostra anima una certa cognizione della sua maestà, della sua dolcezza o della grandezza del dono della nostra esistenza.

Quando qualcuna di queste risposte ci raggiunge ci ripaga di tutti gli sforzi che abbiamo fatto per perseverare nella preghiera, per aver tenuto duro anche nei momenti in cui sembrava tutto inutile. Anche se dovesse capitare che nonostante le molte preghiere Dio non si pieghi alle nostre richieste, se insistiamo, questa preghiera otterrà di piegare noi ai disegni di Dio, e non sarà una grazia di poco conto.

L'autenticità della risposta

A proposito della risposta alla preghiera rimane da esaminare un problema, il problema dell'autenticità della risposta. Penso che valga in questo caso l'esortazione del Signore ad essere prudenti come i serpenti e semplici come le colombe (Mt 10, 16). La semplicità sta nella convinzione che: a fronte di una nostra richiesta, al momento opportuno Dio manifesterà la sua risposta. La prudenza ci è invece richiesta per poter distinguere se questa risposta è frutto della nostra fantasia, oppure opera del demonio, oppure è veramente una parola di Dio. Per distinguere di quale caso si tratti è bene giudicare l'albero dai frutti: se i frutti sono buoni l'albero sarà buono; così, quando una risposta viene da Dio produrrà frutti che piacciono a Dio.

Se sorgeranno nell'anima sentimenti di umiltà, di riconoscenza, di pace, di gioia che ha Dio come origine e Dio come fine, se crescerà l'abbandono alla Provvidenza, se sorgerà il desiderio di crescere nell'amore e nella conoscenza di Dio, allora è segno che la risposta viene da Dio. Se vedremo invece cose diverse, come un certo autocompiacimento, stima di se, una certa esaltazione, desiderio di mettersi in mostra…, allora è segno che la risposta non è autentica, ma è frutto di fantasie, illusioni o malattie, oppure è opera del demonio.

Cose di cui ci vergogniamo

L'ultima difficoltà di carattere pratico che mi sembra opportuno considerare è la difficoltà che a volte proviamo nel mettere nelle mani di Dio certe situazioni scabrose, certi lati oscuri o inquietanti della nostra anima o certi peccati. Per evitare questa difficoltà conviene considerare che: nascondere certe cose a Dio e a noi stessi è come tenersi il mal di pancia o il mal di denti per paura che il medico ci dia una medicina amara o il dentista usi il trapano. Certe malattie, se si trascurano e non si affrontano in tempo, rischiano di aggravarsi e diventare incurabili, mentre invece, prese in tempo, si possono benissimo curare. Questo per dire che, nonostante le nostre paure e ripugnanze, è nel nostro interesse mettere nelle mani di Dio ogni nostra situazione e scoprire davanti a Lui anche le piaghe più ripugnanti. Anche se dovremo subire delle cure che ci faranno soffrire un po', nelle mani del migliore dei medici la guarigione è assicurata. La difficoltà per Dio non è tanto la gravità della malattia o della situazione in sé, ma è ottenere da noi la fiducia, la docilità, il consenso che gli permettono di operare nella nostra vita. Allora, anche San Pietro ci incoraggia a gettare in Lui ogni nostra preoccupazione perché Egli ha cura di noi (1Pt 5, 7).

Una volta che Dio riesce ad ottenere il nostro fiducioso abbandono, i peccati diventano l'occasione che gli consente di manifestarci la grandezza del suo cuore e del suo perdono, la nostra povertà l'occasione per rivelarci la sua generosità, le nostre difficoltà l'occasione per manifestarci la sua sapienza; in una parola: la nostra miseria diventa il luogo in cui manifesta la sovrabbondanza della sua grazia e della sua misericordia.

Giunti a questo punto rimane da dire che entrare in relazione con Dio, ossia pregare, non è cosa che si impara in un giorno ma è il frutto di un lungo cammino; persone degne di fede dicono che a pregare si impara pregando.

Brevi riflessioni

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Meditazioni

Consapevole che le meditazioni proposte non sono che incerti balbettii, faccio appello alla carità  del lettore perché vengano accolte con benevolenza. In fondo, davanti a Dio, siamo tutti dei bambini bisognosi di imparare a parlare l'unica lingua che si parli nel suo Regno, la lingua dell'amore.

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