Meditazioni sul Vangelo

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LA PARABOLA DEL RICCO EPULONE E DEL POVERO LAZZARO

LA PARABOLA DEL RICCO EPULONE E DEL POVERO LAZZARO

(Lc 16, 19-31)

Per comprendere questa parabola è bene interrogarsi sul fine per cui è stata raccontata; mi sembra si possa rispondere che il Signore l'ha raccontata per farci riflettere sulla gravità di certi comportamenti umani, il Signore vuole insegnarci che l'insensibilità e la durezza di cuore possono diventare talmente gravi da escludere per sempre l'uomo dalla beatitudine eterna.

Quando il Signore nel vangelo di Matteo parla del giudizio finale, dice chiaramente che meritano un castigo eterno coloro che hanno indurito il cuore quando lo hanno visto affamato e non gli hanno dato da mangiare, assetato e non gli hanno dato da bere, nudo e non lo hanno vestito, malato e carcerato e non lo hanno visitato (Mt 25, 41-46), ora, quasi tutti questi mali affliggevano il povero Lazzaro, ma il ricco nella parabola si comporta esattamente come coloro che il Signore condanna alla pena eterna, dunque la parabola illustra il caso di qualcuno che merita una pena eterna.

Il Cristo giudica il ricco malvagio

La parabola di Luca mostra quindi un caso concreto in cui una condanna eterna è emessa per chi ostinatamente ha disprezzato il Cristo sofferente, anche se non sapeva che la sua durezza di cuore metteva a morte Cristo stesso, ed è quello che ha fatto il ricco con il povero Lazzaro; anche a lui il Signore poteva dire: "Lontano da me, maledetto, nel fuoco eterno, perché ho avuto fame e non mi hai dato da mangiare, ho avuto sete e non mi hai dato da bere; il pane che non hai dato a Lazzaro è a me che non l'hai dato. Hai preferito dare gli avanzi della tua mensa ai cani e li hai negati a un uomo che vale più di molti cani. Ogni giorno giacevo alla tua porta a mendicare un po' di pietà e tu me l'hai negata. Alla tua porta c'era Lazzaro, ma in lui ero io che mendicavo la tua salvezza. Se per pietà mi avessi dato anche solo le briciole dei tuoi banchetti ti saresti salvato, ma la tua crudeltà anche le briciole mi ha negato; la tua crudeltà è stata la causa della mia morte. Il giorno in cui Lazzaro è morto è cessato anche l’estremo tentativo che la mia misericordia e la mia giustizia avevano messo in atto per salvare la tua anima; in quel giorno la mia sapienza ha detto basta, perché sarebbe stato inutile continuare, il tuo indurimento era ormai senza rimedio!". A tanto può condurre il disordinato amore di sé: fino all’ostinato disprezzo di Dio e del prossimo; tale disprezzo è frutto di una serie di scelte che non possono non avere conseguenze eterne.

Questo il fine dell’insegnamento della parabola: mostrare i due possibili stati a cui conducono le nostre azioni, e mostrare anche che questi due stati sono definitivi. Tali stati non sarebbero definitivi se il ricco nei tormenti potesse un giorno salire dove si trova Lazzaro, ma questo è chiaramente escluso dall’affermazione di Abramo: Coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi.

Un caso di impenitenza finale

Potremmo anche dire che il Signore ha voluto mostrare un caso concreto di “impenitenza finale”. Infatti, dalla parabola si può dedurre che dopo la morte di Lazzaro al ricco è stato ancora concesso un breve periodo di vita, ma lui non ha voluto approfittare di questa concessione per pentirsi, non ha voluto ascoltare la voce della coscienza che gli mostrava come la durezza del suo cuore era stata la causa della morte di Lazzaro, se l’avesse ascoltata e si fosse pentito si sarebbe salvato, perché avrebbe evitato l’impenitenza finale che conduce alla rovina eterna (ccc 1864).

Il comportamento del ricco risulta inoltre molto aggravato dai seguenti fattori: in primo luogo non poteva avere dubbi sul fatto che ogni giorno alla sua porta c’era un uomo che soffriva, e soffriva talmente che era in bilico fra la vita e la morte; questo significava che nel momento del giudizio non poteva avere l’attenuante della mancanza di lucidità sul fatto di aver avuto davanti a sé un uomo sofferente, ma questo comportava per lui un’ineludibile scelta: Lazzaro lo costringeva a scegliere se si o no avrebbe avuto pietà di lui; e il ricco ha scelto di non avere pietà. L’altro fattore che aggravava la sua posizione è il fatto che era ricco, questo significava che avrebbe potuto dare un po’ di sollievo a Lazzaro senza che il suo patrimonio ne risentisse; se avesse aiutato Lazzaro non sarebbe mancato il cibo per sé e per i suoi, ma lui ha scelto di non aiutare Lazzaro pur avendone ampiamente la possibilità. Detto in altri termini e riassumendo: non si può dire che il ricco si trovava di fronte a una situazione complicata in cui gli era difficile capire bene le scelte da fare, e non si può neanche dire che non aveva i mezzi per compiere quanto gli veniva chiesto per la sua salvezza, gli era chiesto di avere pietà di un sofferente e lui non l’ha avuta, non per mancanza di mezzi, ma per durezza di cuore. Come si vede la condotta del ricco è imperdonabile, non si trovano attenuanti che giustifichino il suo comportamento, si trovano solo aggravanti.

Esame dei sentimenti del ricco

A questo punto bisogna affrontare una difficoltà che emerge dal racconto, essa è nel fatto che il ricco sembra manifestare dei buoni sentimenti quando prega Abramo di mandare Lazzaro a casa di suo padre per ammonire i suoi fratelli, perché non vengano anche loro con lui fra i tormenti. Si potrebbe pensare allora che, avendo questi buoni sentimenti, non sia giusto che il ricco rimanga per sempre a soffrire, ma che, dopo un certo periodo di purificazione, sia concesso anche a lui di accedere alla beatitudine; non si trova però traccia nella parabola di un simile insegnamento. Se il Signore avesse voluto insegnare la temporaneità del castigo, sarebbe bastato che aggiungesse due brevi paroline alla risposta di Abramo: Coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di li possono, per ora, giungere fino a noi. Ma queste parole non ci sono nella risposta di Abramo, quindi la parabola non autorizza a pensare che al ricco sarà concessa la salvezza.

Qualcuno potrebbe allora dire che ormai era troppo tardi, che i giochi erano fatti e che i suoi buoni sentimenti non valevano più. In un certo senso è proprio così e più avanti faremo qualche considerazione in proposito, ma prima di tutto dobbiamo sottolineare che, se si trattasse di vero pentimento Abramo avrebbe dovuto esultare, perché nel mondo di Dio tutti sono abitati dall’amore e non mancherebbero di rispondere con amore al minino gesto di amore, non mancherebbero di esultare per un atto di pentimento in qualunque momento avvenga e da qualunque luogo provenga, perché vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte (Lc 15, 10). Nella parabola però nessuno esulta per i sentimenti manifestati dal ricco, vediamo invece nei suoi confronti una chiusura totale, nessuna delle sue preghiere è esaudita, tutte sono implacabilmente respinte. Questo dovrebbe farci riflettere, dovrebbe evitare di farci concludere superficialmente in favore del pentimento del ricco. Quando un peccatore si pente, le sue parole sono molto diverse da quelle del ricco, un vero penitente supplica: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi… quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto. Tu sei giusto Signore! Io soffro perché ho peccato (Lc 18, 3; Sal 50, 5-6; Est 4, 17; 2Mac 7, 18).

La prima preoccupazione di un peccatore pentito non è sicuramente di chiedere un po’ di sollievo per le proprie pene, tanto meno di dare ordine ai santi su chi debba fornirgli il sollievo. Il ricco impenitente invece cerca prima di tutto un sollievo per la sua sete, inoltre, quando vede Lazzaro, non gli passa neanche per l’anticamera del cervello di battersi il petto e chiedergli perdono per averlo lasciato morire di stenti, ma con una presunzione e un’arroganza da non credere, pretende di farsi servire da colui che lui aveva ucciso. Mai il ricco malvagio riconosce la sua colpa nei confronti di Lazzaro, mai manifesta dolore per il male compiuto, mai manifesta il proposito di riparare in qualche modo al male che ha fatto a Lazzaro. Lo vediamo invece insistere per la seconda volta nell’arrogante pretesa di volersi servire di Lazzaro per i suoi scopi: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli, li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormenti. Al che Abramo risponde: Hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro. A questa risposta il ricco oppone nuovamente la sua ostinata presunzione di conoscere meglio dei santi ciò che giova alla salvezza dell’uomo, ribatte infatti: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Evidentemente il ricco non comprende la risposta di Abramo, ma un’animo buono chiede umilmente di essere aiutato a capire ciò che non riesce ancora a comprendere, senza pretendere di far prevalere i suoi corti pensieri su quelli che provengono dal mondo di Dio. Ora, può essere buona una richiesta che proviene da un ostinato impenitente? Da uno che invece di battersi il petto pretende di dare ordini al cielo? Può un albero cattivo produrre frutti buoni? Se il Signore ci pone questa domanda è per metterci in guardia, per avvisarci che ci sono dei casi in cui, effettivamente, dei frutti che provengono da un albero cattivo possono apparire buoni e trarci in inganno, è questo il caso della richiesta del ricco malvagio.

Esame dell’intenzione del ricco

Chiedere che dei fratelli evitino di venire in un luogo di tormenti è cosa buona, ma questo non basta a far sì che la richiesta possa essere accolta, perché si possono volere cose buone per un fine cattivo, ad esempio, quando uno aiuta un povero per essere ammirato dagli uomini; o quando uno invita a pranzo qualcuno per avvelenarlo. Per essere veramente buona un’azione deve essere tale sia in sé stessa, sia nell’intenzione; qui sta la difficoltà nel valutare la bontà o la malvagità della richiesta del ricco, ossia nel fatto che noi non possiamo vedere direttamente la sua intenzione. Da questo punto in avanti la riflessione si fa quindi impegnativa, proviamo ad esaminare i due possibili casi, ossia quello in cui l’intenzione è cattiva e quello in cui è buona.

Il pensiero di Santa Caterina da Siena

Se noi non possiamo leggere direttamente nei cuori per conoscerne le intenzioni, Abramo che nella parabola rappresenta Dio lo poteva, sembrerebbe allora sconveniente che, se avesse visto una buona intenzione nella richiesta del ricco, gli avesse risposto così seccamente: Hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro. Tra coloro che attribuiscono al ricco un’intenzione egoistica c’è Santa Caterina da Siena nel “Dialogo della Divina Provvidenza”. Al capitolo o numero 40 leggiamo: “… e ciò faceva non già per carità né per compassione verso i suoi fratelli e neppure in onor mio o in vista della loro salvezza… Ma perché allora quel ricco… si comportava così? Perché egli era stato il più grande dei fratelli e li aveva allevati nella stessa miseria morale nella quale era vissuto, così da diventare lui la cagione della loro perdizione. Per questo motivo vedeva conseguirne per sé un aggravio di pena, qualora essi lo raggiungessero nel luogo dei tormenti…”. Riassumendo e ribadendo ciò che dice Caterina da Siena potremmo dire: più è grande il male che uno commette più è grande il castigo che gli è dovuto, più sono dolorose le pene che dovrà subire, ora, se uno a causa della sua ostinazione nel disprezzare le leggi dell’amore non può essere ammesso nel regno dell’amore il castigo e le pene che dovrà subire sono grandi, ma il suo castigo e le sue pene saranno ancora più grandi se avrà indotto altri a seguirlo sulla via dell’egoismo, dell’insensibilità e della durezza di cuore, ma è proprio questo che ha fatto il ricco malvagio, infatti, sappiamo che aveva cinque fratelli di cui possiamo pensare che erano molto lieti di partecipare ai suoi banchetti, ma di nessuno di loro è detto che abbia avuto pietà di Lazzaro, allora il ricco teme che riceveranno il suo stesso castigo, ma questo comporterebbe per lui un aggravio di pena dovuta al suo contributo alla loro perdizione; ecco perché vorrebbe che i suoi fratelli non vengano dov’è lui, non perché gl’importi della loro salvezza, ma perché gl’importa soffrire di meno. Questa potrebbe essere una spiegazione plausibile se la preoccupazione per la sorte dei fratelli fosse stata il frutto di un’intenzione cattiva.

La parabola nell’opera di Maria Valtorta

Nell’opera di Maria Valtorta “L’Evangelo come mi è stato rivelato” l’intenzione del ricco non è vista in modo negativo ma positivo, leggiamo infatti: “… Non ho mai capito l’amore neppure fra parenti. Ma ora, ora comprendo cosa è di terribile essere non amati. E, poi che qui dove io sono è l’odio, ora ho capito, per quell’atomo di tempo che vide la mia anima Iddio, cosa è l’Amore. Non voglio che i miei fratelli soffrano le mie pene. Ho terrore per loro che fanno la mia stessa vita. Oh! manda Lazzaro ad avvertirli di dove io sono, e perché ci sono, e a dire loro che l’Inferno è, ed è atroce, e che chi non ama Dio e il prossimo all’Inferno viene. Mandalo! Che in tempo provvedano, e non abbiano a venire qui, in questo luogo di eterno tormento” (Volume terzo 191.7). Che cosa dobbiamo pensare in seguito a queste precisazioni introdotte nell’opera di Maria Valtorta? Intanto vediamo che, benché il ricco manifesti dei sentimenti buoni verso i suoi fratelli, questo non basta a cambiare una situazione ormai irrimediabile, lui rimane “in questo luogo di eterno tormento”. Conviene a questo punto riflettere sulla causa che ha suscitato nel ricco simili sentimenti. Evidentemente, dopo la morte, ogni anima giunge nel mondo di Dio e, anche solo per un momento, ne percepisce la bellezza, ma nel caso del ricco proprio la difformità irrimediabile rispetto a quella bellezza, ne decreta inesorabilmente la condanna; tuttavia, almeno per un momento, anche l’uomo più malvagio quando fa esperienza della bellezza dell’amore può reagire naturalmente secondo le leggi dell’amore, ma questo sarà per lui un ulteriore tormento, perché vedrà chiaramente che Dio aveva fatto anche lui naturalmente buono, ma lui non ha voluto perseverare nella bontà. Per entrare nell’intimità con Dio, ossia nella beatitudine, non basta avere la bontà naturale, ma bisogna volere, bisogna scegliere la bontà. Dio ha voluto che la bontà naturale che ha concesso a tutti fosse sottoposta a un momento di prova durante la vita presente; l’esito della prova comporterà l’accesso all’intimità divina o l’esclusione da essa. Allora, la scelta del bene richiede a volte il passaggio per un momento critico in cui il rischio che tutti corriamo è di far coincidere il bene soprattutto con il “mio bene”, trascurando colpevolmente di considerare anche “il bene dell’altro”, ma se nelle relazioni che ci troviamo a vivere non ci esercitiamo a essere attenti anche al “bene dell’altro”, il nostro cuore rischia di indurirsi fino al punto di non essere più capace di amare e quindi di non poter accedere all’intimità divina. Il ricco malvagio era talmente abituato a pensare esclusivamente al “suo bene” e ad appoggiarsi ai “suoi erronei giudizi” che neanche la supplica dolente di un povero affamato è riuscita ad aprirgli gli occhi e a sciogliergli il cuore. Riassumendo potremmo dire che nel racconto della parabola in Maria Valtorta i sentimenti del ricco verso i suoi fratelli sono sì buoni, ma rivelano una bontà naturale che lui non ha voluto favorire e coltivare, ecco perché merita il castigo eterno.

Dobbiamo considerare inoltre che sia nel caso in cui gli attribuiamo un’intenzione buona, sia quello in cui gli attribuiamo un’intenzione cattiva, non era bene quanto chiedeva, perché pretendere che un morto vada ad ammonire dei viventi implicava lo stravolgimento dei mezzi di salvezza che Dio aveva previsto per ogni uomo.

Più di un morto che risuscita

È interessante inoltre osservare come il cuore del ricco non sia cambiato neanche dopo aver fatto l’esperienza sconvolgente di passare da questo all’altro mondo; questo conferma le parole di Abramo: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti. Ora, il ricco stava facendo un’esperienza più forte di quella che lui avrebbe voluto per i suoi fratelli, infatti, lui non incontra solo un morto risorto, ma vive in permanenza nel regno dei morti, tuttavia non si pente e non ascolta le parole del padre di Mosè e dei profeti, anzi, le contesta. Quando Abramo gli fa osservare che Mosè e i Profeti sono dei mezzi di salvezza più che sufficienti per i suoi fratelli, lui contesta e dice: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro…, questo lo dice perché per lui Mosè e i Profeti erano stati perfettamente inefficaci, non avevano giovato alla sua salvezza e allora pensa che non potranno giovare neanche alla salvezza dei suoi fratelli. Mosè e i Profeti non hanno giovato alla sua salvezza perché lui, in più occasioni, aveva deciso di non ascoltare la loro voce, poi, un brutto giorno non ha più sentito la loro voce, da quel giorno ha potuto finalmente vivere secondo la sua legge, ha potuto soddisfare senza impedimenti le sue voglie. Così, avendo ucciso nel suo cuore Mosè e i Profeti, è giunto il giorno in cui ha ucciso anche Lazzaro, perché Lazzaro era come un profeta che con voce potente gli ricordava: Attenzione! Non ti è lecito calpestare con disprezzo la legge dell’amore, pentiti o morirai! Questa voce gli era insopportabile e allora l’ha fatta tacere nel modo più subdolo, ossia ignorandola.

Lazzaro figura di Gesù

Nella Sacra Scrittura ci sono diversi sensi, un senso in cui potremmo considerare Lazzaro è vederlo come una figura di Gesù; Gesù che affamato e coperto di piaghe giace alla porta dell’umanità, giace alla porta del nostro cuore per mendicare un po’ d’amore; mendica le briciole del nostro tempo, le briciole della nostra attenzione, gli basterebbero queste briciole per poterci salvare, invece troppi lo ignorano, troppi lo disprezzano, troppi lo lasciano morire di fame; troppi, come il ricco gaudente, hanno ucciso nel loro cuore Mosè e i Profeti per poter vivere secondo le loro leggi e così godere senza freni di tutto ciò che procura loro gusto, piacere, emozioni, prestigio, potere… Poi, se uno uccide Mosè e i Profeti ucciderà anche Colui che loro annunciano e di cui preparano la venuta; ma uccidere Cristo per impossessarsi illegittimamente dei beni che ci ha dato da amministrare può procurarci solo una gioia molto imperfetta e di breve durata, come la gioia pietosa di un ubriaco o l’estasi illusoria di un drogato, al termine dell’illusione rimane l’amaro frutto della morte.

Mosè e i Profeti

È dunque molto pericoloso uccidere Mosè e i Profeti come ha fatto il ricco e come rischiamo di fare anche noi, è pericoloso perché così facendo non sapremo riconoscere Cristo che mendica il nostro amore; nel giorno del giudizio poi, saremo sì sorpresi di essere stati crudeli nei confronti di Dio, ma non avremo scuse, perché Mosè e i Profeti sono dati a tutti come strumenti di salvezza. Mosè, infatti, è il legislatore di Israele, colui che, chiamato da Dio, ha reso esplicita la legge dell’amore scritta nel cuore dell’uomo, questa legge vale per tutti gli uomini e per tutti i tempi, non è un condizionamento sociale o culturale che può variare a seconda delle epoche, del progresso, dei popoli o delle razze, ma è costitutiva della natura umana in quanto tale. Tutti dobbiamo ascoltare e praticare questa legge, perché ascoltarla o trascurarla non è indifferente, è una questione di vita o di morte. Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questo infatti è la legge e i profeti (Mt 7, 12).

I Profeti sono coloro che vivono secondo la legge dell’amore, sono coloro che con le parole o con gli esempi, in maniera implicita o esplicita, ci ricordano sia le esigenze, sia la bellezza di questa legge. Una parola profetica la possiamo sentire o vedere sia in un gesto di bontà, di altruismo, di dedizione, di pietà di un’umile persona, sia nelle parole, nelle opere o nello sguardo penetrante e luminoso di un santo; ma ogni parola profetica è una grazia che inevitabilmente sollecita una libera risposta: possiamo accoglierla o respingerla, prestarle attenzione o trascurarla, accettare che eventualmente ci destabilizzi oppure chiudere il nostro cuore per evitare seccature. I Profeti spesso sconcertano e rimproverano, allora corrono il rischio di essere uccisi, se li uccidiamo non sentiremo più la loro voce, potremo vivere secondo le nostre leggi e secondo i nostri gusti come il ricco gaudente, ma il Signore nella parabola ci avverte che una menzogna non può durare in eterno, la giustizia di Dio si è riservata un giorno in cui un premio sarà dato ai buoni e un castigo ai malvagi.

La parabola ci dice dunque che per la salvezza dell’uomo entrano in gioco i seguenti fattori: Mosè, i Profeti e il nostro atteggiamento nei loro confronti; questi tre fattori sono dinamici e incominciano ad operare fin da piccoli. Ascoltare i profeti che ci invitano a vivere secondo la legge scritta nel nostro cuore ci farà crescere in bontà, sapienza e grazia; ma se non li ascoltiamo crescerà in noi l’egoismo, l’insensibilità e la durezza di cuore. L’indurimento irrimediabile del ricco è stato il frutto di una ripetuta disattenzione sia nei confronti della legge dell’amore, sia di coloro che gli ricordavano le sue esigenze e la sua bellezza, poi, queste disattenzioni, a poco a poco hanno generato un’insensibilità e una durezza tali da diventare causa di morte per Lazzaro, e, attraverso Lazzaro di Cristo stesso, inoltre, cosa più grave di tutte, questa crudeltà è stata senza pentimento; ma se uno non si pente non può essere perdonato Né in questo mondo né in quello futuro (Mt 12, 32); perché Dio, dopo aver fatto il possibile e l’impossibile per salvare l’uomo, vuole rispettare la volontà di colui che non si pente, non gliela cambia con la forza, ma non può permettere che questa volontà sconvolga l’ordine da Lui stabilito.

Una volontà fissata nell’opposizione a Dio

Le ultime parole del ricco mostrano lo stato della sua volontà, ed è una volontà che non accoglie il disegno di Dio per la salvezza dell’uomo, infatti, quando Abramo gli dice che i suoi fratelli per salvarsi hanno Mosè e i Profeti lui contesta: No, padre Abramo… è una volontà che vorrebbe sostituire un suo ordine a quello stabilito da Dio, dice infatti: Se qualcuno dai morti andrà da loro si convertiranno; queste parole ci rivelano ciò che sarebbe efficace e giusto fare secondo lui, ci dicono che il suo cuore era molto attratto dalle cose appariscenti e spettacolari, ma non da quelle umili; come tutti i gaudenti e i potenti di questo mondo pretendeva di raggiungere i suoi scopi per vie traverse, con illecite raccomandazioni; riteneva troppo lungo, troppo umiliante, troppo faticoso passare per la porta stretta e percorrere la via angusta che conduce alla vita, la via appunto dell’umiltà e dell’amore, la via indicata da Mosè e dai Profeti.

La parabola si conclude con la risposta di Abramo: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti, infatti, se uno risorgesse dai morti non potrebbe indicare una via di salvezza diversa da quella che Dio ha previsto per tutti, ma questa via non la possono né vedere né percorrere coloro che si ostinano a contestare Dio e a calpestare le sue leggi come ha fatto il ricco malvagio nella parabola.

Il Signore ci conceda di comprendere e di amare ciò che la sua bontà ha previsto per la nostra salvezza.

Brevi riflessioni

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Meditazioni

Consapevole che le meditazioni proposte non sono che incerti balbettii, faccio appello alla carità  del lettore perché vengano accolte con benevolenza. In fondo, davanti a Dio, siamo tutti dei bambini bisognosi di imparare a parlare l'unica lingua che si parli nel suo Regno, la lingua dell'amore.

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