Meditazioni sul Vangelo

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Med. perdonononconcesso

IL PERDONO CHE NON PUÒ ESSERE CONCESSO

(Gv 20, 22-23)

Può capitare nelle domeniche dopo Pasqua o nel giorno di Pentecoste che il vangelo di Giovanni ci trasmetta una parola del Signore generalmente trascurata nella predicazione ordinaria. Gesù, mentre effonde lo Spirito Santo sui discepoli nel giorno della sua risurrezione, dice loro: … Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi (Gv 20, 22-23). Questo significa che è prevista la possibilità di un peccato che non può essere perdonato, e proprio lo Spirito Santo aiuterà i discepoli a discernere quando un peccato può essere perdonato e quando no.

Ma che cos’è il peccato? Non è così facile da definire pur essendo noi immersi nei peccati; potremmo dire che un peccato può verificarsi lì dove c'è un rapporto fra due persone, quando c'è un rapporto fra un io e un tu; i rapporti possibili sono di due tipi: fra due persone create oppure fra una persona creata e il suo Creatore. Se i rapporti sono secondo le leggi dell'amore le cose funzionano bene e producono frutti di pace, di serenità, di gioia; ma se una delle due persone offende l'amore succede una catastrofe, la catastrofe del peccato; noi che non funzioniamo più secondo le leggi dell'amore siamo una fucina di catastrofi, produciamo catastrofi e subiamo catastrofi. Catastrofe è il termine giusto perché, come non c'è niente di più bello, di più luminoso, di più gratificante, di più sublime dell'amore, così non c'è niente di più orribile, tenebroso, mostruoso e catastrofico del peccato, ossia dell'amore che non è amato, dell'amore non compreso, dell'amore offeso, dell'amore tradito.

Il padre Marie Dominique Molinié, che troppo pochi conoscono e amano, illustra bene due importanti fattori che concorrono a determinare la gravità di un peccato: il primo fattore è il pregio di una relazione e il secondo è il grado di consapevolezza di chi offende l'amore.  Infatti, più una relazione d'amore è bella, profonda, delicata, pura, stabile, più è grave il peccato di chi consapevolmente ferisce o rompe questa relazione. Se uno è indelicato verso una persona incontrata per la prima volta sul treno, il peccato è grave, ma se uno è indelicato verso una moglie da cui è teneramente amato, il peccato è molto più grave perché offende un rapporto d'amore molto più pregiato di quello che si può avere con una persona incontrata occasionalmente.

Un altro fattore è il grado di consapevolezza. Se uno è indelicato verso la moglie perché è un po' rozzo e non sa cogliere le occasioni in cui potrebbe fare un gesto bello verso di lei, le sue indelicatezze hanno delle attenuanti. Allo stesso modo l’amore è ferito quando una moglie, più o meno consapevolmente, non risponde come sarebbe richiesto alle delicatezze di suo marito.  La gravità di un peccato aumenta poi nel caso in cui un marito, vedendo la moglie stanca dopo una giornata di lavoro, si siede comodamente in poltrona invece di aiutarla a preparare la cena.  Qui non è più questione di delicatezza, ma l'evidenza della stanchezza della moglie causa un grado maggiore di consapevolezza e quindi una maggiore gravità del peccato.

Dobbiamo inoltre considerare che la gravità del peccato è determinata anche dalla gravità dell'atto che offende l'amore. Se in un momento di collera un marito rimprovera aspramente la moglie per una sua presunta mancanza, il peccato è grave, ma se uno lascia la moglie per stare con un'altra donna il peccato diventa mortale. Ora, quanto più è grave il peccato, ossia quanto più è grave l'offesa in un rapporto d’amore, tanto più le conseguenze di questa offesa sono dolorose, ed è giusto che sia così, perché sarebbe assurdo rovinare il bene più prezioso che ci sia, ossia una relazione d'amore e pretendere di continuare a vivere tranquilli e sereni come se niente fosse successo.

Un peccatore soffre meno di chi è innocente

Ma qui incontriamo uno dei tanti paradossi o misteri nei quali siamo immersi, il paradosso è questo: accade che la sofferenza dovuta al peccato si abbatte con maggiore intensità sulla persona più innocente e meno meritevole di soffrire per le conseguenze del peccato, questo perché la persona più innocente è più pura, è abitata da una luce maggiore e vede con più lucidità l'orrore del peccato, le sue conseguenze e le difficoltà nel riparare o guarire le ferite prodotte. Conseguenza di questo paradosso è che, nella vita presente, più uno sa amare più uno soffre; giustamente osserva San Giovanni della Croce di coloro che tendono alla perfezione: “In mille modi amano e in mille modi soffrono”. La persona in cui si verifica al massimo questo paradosso è Gesù crocifisso, in lui innocente si è concentrata tutta la sofferenza dovuta a tutti i peccati del mondo, perché nessuno come lui conosce sia la bellezza dell'amore, sia l'orrore dell'offesa fatta all'amore. Ma questa è una situazione ingiusta che non può durare, la giustizia esige che anche colui che peccando ha rovinato un rapporto d'amore si renda conto, prima o poi, di quello che ha fatto, ne provi orrore, e sia disposto a rimediare in qualche modo al male commesso.

I peccati si possono dividere in due gruppi a seconda degli effetti che producono: i peccati che feriscono un rapporto d'amore si chiamano veniali e i peccati che rendono impossibile un rapporto d'amore si chiamano mortali; i peccati veniali poi non si devono trascurare, perché altrimenti faranno cadere nel peccato mortale.

Questo ci riguarda tutti da quando ci alziamo al mattino a quando andiamo a letto la sera, perché la vita di ogni uomo è essenzialmente relazione: relazione con gli altri e relazione con Dio. Ogni relazione ha poi un suo grado di profondità o di pregio, la gamma si estende dal pregio molto piccolo che ci può essere in una relazione occasionale a quello massimo in cui l'amore genera un vincolo indissolubile fra le persone. Più il pregio di una relazione è grande più sono gustosi e fecondi i frutti che produce, più una relazione è preziosa più deve essere grande l’impegno per non rovinarla, più una relazione è pregiata più è alto il prezzo da pagare per poterla realizzare. L'uomo che trova una perla di gran valore deve essere disposto a dare tutti i suoi beni per ottenerla.

Una pista per andare alla ricerca del peccato che non può essere perdonato è considerare la gravità dell'atteggiamento di chi vuole ad ogni costo accontentarsi di relazioni mediocri, ossia di un amore mediocre, questo atteggiamento è gravissimo perché contraddice la natura profonda dell'uomo; l'uomo infatti non potrà trovare la sua beatitudine che in una relazione indissolubile con Dio. La gravità di questo atteggiamento è illustrata nella parabola degli invitati al banchetto di nozze che non accolgono l'invito perché devono occuparsi dei loro campi, dei loro buoi o del proprio matrimonio. Erano invitati a un banchetto di nozze divino, ma hanno rifiutato l'invito perché bastava loro un banchetto di nozze umano; allora il re sdegnato brucerà la loro città (Mt 22, 1-14 || Lc 14, 15-24).

Invitati a entrare nella Trinità

Le relazioni più pregiate in assoluto, ossia quelle che contengono più bellezza, più vita, più verità, più fecondità, più incanto e splendore, sono le relazioni fra le persone della Santissima Trinità. Ora, l'incredibile destino a cui ogni uomo è chiamato è quello di entrare nel gioco delle relazioni trinitarie, questo destino è vertiginoso, talmente vertiginoso che siamo tutti più o meno impegnati a difenderci dal sacro terrore che questo produce, e ci difendiamo così bene che ormai non abbiamo più paura di Dio, ma questo non è un buon segno perché è un segno non della nostra vicinanza a Dio, ma della nostra lontananza da lui; lo dice bene il padre Molinié: “Siamo così lontani da Dio che non ci rendiamo più conto del pericolo che Dio rappresenta”. E il pericolo sta proprio nel fatto che Dio è infinitamente giusto, buono e misericordioso, quindi noi siamo nei guai, perché noi non siamo giusti, buoni e misericordiosi, allora, se vogliamo entrare nella beatitudine della vita trinitaria dovremo necessariamente subire un trattamento doloroso; doloroso perché ci sono in noi cose che si oppongono alla purezza, alla bontà, alla delicatezza, alla santità della vita amorosa che circola fra le persone divine. Non basta che ci sia il passaggio della morte per accedere automaticamente alla vita beata, si tratta di subire una trasformazione che ci renda capaci di amare come Dio ama, e questo comporta la morte del nostro uomo vecchio e la nascita di un uomo nuovo (Ef 4, 22-24), altrimenti è impossibile stare in compagnia di Dio. Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio (Gv 3, 5).

Punto di partenza e punto di arrivo

La Sacra Scrittura utilizza diverse immagini per tentare di dirci qualcosa sul percorso che dobbiamo compiere e il trattamento che dobbiamo subire perché si realizzi il progetto di Dio di accoglierci nella sua casa. Il Salmo 112, ad esempio, mostra bene sia il punto di partenza in cui ci troviamo, sia il punto di arrivo a cui Dio vuole condurci. Quando Dio ci guarda, cosa vede? Vede dei poveri indigenti che hanno bisogno di essere rialzati da una caduta, vede degli infelici ricoperti di polvere e immondizie. Per amare degli esseri in queste condizioni ci vuole un amore non comune, e Dio ha un amore talmente non comune da prevedere per noi una metà che mai dei poveri disastrati avrebbero potuto immaginare, quale? Dio vuole che tutti giungiamo un giorno a sedere tra i principi, tra i principi del suo popolo (Sal 112, 7). Ma l'amore folle di Dio per noi ha anche delle conseguenze dolorose, il suo amore infatti è come un fuoco divorante che brucia tutto ciò che incontra sul suo cammino. Un fuoco cammina davanti a lui e brucia tutto intorno i suoi nemici (Sal 96, 3). I nemici di Dio sono i nostri peccati, ossia tutto ciò che in noi si oppone all'amore: egoismo, superbia, lussuria, durezza di cuore, mancanza di misericordia, presunzione, stoltezza, pigrizia, mediocrità, tiepidezza, maldicenza, ingratitudine, infedeltà, invidia, avidità, sete di potere, menzogna… Gli occhi fiammeggianti del Signore vedono con implacabile precisione e sicurezza di giudizio la gravità e la quantità delle malattie che ci rendono ciechi, storpi, zoppi, paralitici, lebbrosi, morenti, ma il suo amore vuole e può trasformare ogni disastrato in un principe del suo popolo, il suo amore vuole e può guarire ogni infermità perché i ciechi, gli storpi e gli zoppi possano partecipare al banchetto delle nozze eterne (Lc 14, 21).

La nostra situazione, di cui non siamo pienamente coscienti, è talmente grave che non possiamo assolutamente venirne fuori da soli. La nostra situazione è simile a quella dell'uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico, incappato nei briganti si ritrova mezzo morto sul ciglio di una strada e ciò che naturalmente lo attende è la morte; gli uomini che gli passano accanto non solo non si curano di lui, ma la loro impotenza e la loro durezza di cuore uccidono anche la sua speranza per un possibile soccorso. Solo Cristo, sceso dal Cielo sulla terra si prende cura di lui, solo un amore che non è di questo mondo può salvare i disperati che noi siamo.

Ciò che siamo in profondità

E qui entra in gioco un altro paradosso: più noi siamo consapevoli di essere ciechi, storpi, zoppi, morenti, disperati, più è facile per il Signore salvarci; infatti, sono proprio i ciechi, gli storpi e gli zoppi che entreranno alla fine al banchetto di nozze del figlio del Re. Mentre i sani che avevano energie e risorse per occuparsi dei loro campi, buoi e matrimoni, non parteciperanno al banchetto e avranno la città bruciata dalla collera del Re.

È anche un po' il senso delle beatitudini: beati i poveri, beati gli afflitti, beati gli affamati, beati i perseguitati, perché da Dio saranno consolati, saziati, ricompensati; ma guai ai ricchi e a quelli che ridono, perché avendo già la loro ricompensa Dio non può fare niente per loro. Anche l'invocazione che diciamo nell'Ave Maria, prega per noi peccatori, ci invita a prendere coscienza di ciò che siamo in profondità, perché è attraverso questa presa di coscienza che dobbiamo passare per essere salvati.

Un racconto nel libro dei Numeri mostra bene questa necessità (Nm 21, 4-9). Gli Israeliti liberati dal faraone per mezzo di Mosè ad un certo punto non sopportano il viaggio verso la Terra Promessa e protestano contro Dio e contro Mosè, il fatto è così grave che Dio li punisce inviando dei serpenti velenosi i quali fanno morire un gran numero di persone. Scossi dal castigo si pentono, allora Dio propone loro uno strano rimedio, Mosè dovrà fare un serpente di bronzo e metterlo sopra un'asta, chi guarderà il serpente di bronzo dopo essere stato morso avrà salva la vita.

Un possibile significato dell'episodio potrebbe essere questo: guardare il serpente di bronzo voleva dire guardare la causa che li faceva morire, ma questo si trasformava poi in causa della loro salvezza. Così per noi, la salvezza passa per la presa di coscienza, o visione di ciò che ci fa morire, ossia quando vediamo nel peccato la causa della nostra morte, ma anche per noi questa visione è motivo di salvezza perché, come suscita ribrezzo la visione di un serpente, così al ribrezzo per i peccati segue il pentimento, un’umile richiesta di perdono, il proposito di non peccare più e il desiderio di riparare le offese o le rotture di cui siamo colpevoli.

Ma intorno al mistero del peccato i paradossi non sono finiti, infatti è possibile constatare anche questo fatto singolare: più uno è peccatore e meno si rende conto di essere tale, mentre più uno è santo più si sente peccatore. Non si è mai visto nella storia della Chiesa che un santo non vada spontaneamente a mettersi nel gruppo dei peccatori, e più è santo più si ritiene un grande peccatore aborrito da Dio e dagli uomini. Anche Gesù, che è la santità in persona, ha fatto la fila con i peccatori per ricevere il battesimo di Giovanni.

Gli strani effetti dell’amore di Dio

A che cosa è dovuto questo fatto quando è evidente che più uno è santo più è vicino al Signore, mentre più uno è peccatore più è lontano da lui perché non ha con il Signore né gli stessi gusti, né le stesse amicizie, né la stessa visione della vita? È ampiamente documentato nella vita dei santi che la vicinanza con il Signore può produrre in certi momenti lo strano effetto di far loro percepire la loro indegnità, la loro bruttezza e la loro esclusione dall’amicizia con Dio; questi momenti sono terribili. Su questi aspetti i santi dottori insegnano che più l’uomo si avvicina a Dio più percepisce l'incandescenza del suo amore e il fulgore della sua luce, ma questa incandescenza e questo fulgore hanno anche l'effetto di mostrare inequivocabilmente all'uomo di che pasta è fatto, hanno l’effetto di manifestare come ogni più piccola impurità sia radicalmente incompatibile con la vita divina.

Quando Gesù rivela la sua divina potenza nella pesca miracolosa, Pietro si getta alle sue ginocchia esclamando: Signore, allontanati da me perché sono un peccatore (Lc 5, 8). Isaia fa un'esperienza simile quando viene introdotto negli atri della dimora celeste; la luce e l’incandescenza della gloria di Dio gli fanno esclamare: Ohimé! io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti (Is 6, 5). E più avanti il profeta dovrà constatare: Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia (Is 64, 5).

Queste sono le reazioni sane di chi non resiste alla Luce quando questa, con la semplicità della colomba e la prudenza del serpente, si avvicina all'uomo. Se Dio nel trattare con noi non prendesse delle precauzioni noi non sopporteremmo gli effetti prodotti dall’incandescenza della sua luce: sia quando ci mostra lo stato in cui ci troviamo, sia quando ci mostra la gloria a cui siamo destinati. Il Santo Curato d'Ars aveva chiesto al Signore di mostrargli la sua miseria, ma quando il Signore ha incominciato ad esaudirlo ha rischiato di cadere nella disperazione. Sul versante opposto si rischia ugualmente la vita; Santa Teresa d'Avila dice che se certe manifestazioni dell'amore di Dio nei suoi confronti fossero durate un po' di più lei sarebbe sicuramente morta; e l’eccesso di luce che ha atterrato Paolo sulla via di Damasco lo ha reso cieco. Per questo il profeta Isaia esclama: Chi di noi può abitare presso un fuoco divorante? Chi di noi può abitare tra fiamme perenni? (Is 33, 14). Eppure, non abbiamo scampo, prima o poi dovremo fare i conti con l'incandescenza dell'amore di Dio, adesso beneficiamo del calore e della luce del sole, un giorno dovremo caderci dentro.

Il soccorso offerto in questa avventura che ci supera da tutte le parti è la Santa Vergine; la Chiesa, infatti, ci invita a rivolgerci a Maria per ottenere le grazie di cui abbiamo bisogno, questo per allenarci a chiederle un giorno la grazia più grande di tutte, ossia il suo materno soccorso quando dovremo entrare nella fornace ardente dell’amore di Dio, ed è forse il motivo più importante per cui recitiamo il santo rosario per i defunti. Abbiamo bisogno di Maria quando l'amore di Dio ci purifica e abbiamo sempre bisogno di lei quando l'amore di Dio ci glorifica.

Il prodigioso duello

Le vicende dell'uomo nella vita presente dipendono dall'azione di due forze contrarie: la Luce e le Tenebre; la Luce cerca di strapparci alle Tenebre e le Tenebre cercano d’impedire la liberazione a cui la Luce ci chiama, il risultato è il “prodigioso duello” che la Chiesa canta nella sequenza del giorno di Pasqua. Il prodigioso duello è stato sostenuto da Cristo, ma riguarda in varia misura ogni uomo, perché tutti dobbiamo necessariamente scegliere in quale campo schierarci: se scegliamo la Luce ci troveremo a combattere contro le Tenebre, se scegliamo le Tenebre combatteremo contro la Luce. Giustamente un tempo si insegnava ai cresimandi che il dono dello Spirito Santo ricevuto nella cresima faceva del cristiano un soldato di Cristo.

Qualcuno potrebbe dire: “Ma io non voglio la guerra, voglio la pace, voglio voler bene a tutti, voglio dialogare con tutti, non voglio condannare nessuno, voglio cercare ciò che unisce e non ciò che divide…”. Questi nobili propositi possono in realtà nascondere qualcosa di molto meno nobile, ossia il desiderio di stare tranquilli. Possono nascondere il rifiuto di accettare una realtà altra da quella che noi vorremmo o immaginiamo, possono nascondere il pericoloso atteggiamento di chi non vuole diventare né caldo né freddo per non turbare la situazione confortevole raggiunta; ma adottare questo atteggiamento è già scegliere le Tenebre e combattere la Luce, perché la realtà, che lo vogliamo o non lo vogliamo, è che la Luce è venuta in questo mondo a portare un fuoco che non è di questo mondo, affinché tutti ardano di quel fuoco; quindi il destino finale e definitivo dell'uomo sarà l’incandescenza o il gelo.

Nel libro dell'Apocalisse almeno un tema emerge in modo chiaro e netto, ossia che è in atto intorno alla vicenda umana un drammatico scontro fra la Luce e le Tenebre, fra il bene e il male fra Dio e Satana, il “Dio degli eserciti” ha i suoi eserciti, ma anche Satana ha i suoi e lo scontro fra i due è furibondo. Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro; seguono chi? Il Re dei re, il Signore dei signori, il Verbo di Dio; ma ci sono anche altri eserciti, infatti: Vidi allora la bestia e i re della terra con i loro eserciti, radunati per muovere guerra contro colui che era seduto sul cavallo e contro il suo esercito… (Ap 19, 14-19). Anche San Paolo nella lettera agli Efesini ci avverte che siamo coinvolti in una battaglia, la quale non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano le regioni celesti (Ef 6, 12).

Uno dei fronti su cui è più incandescente la battaglia è proprio intorno al mistero del peccato, ossia intorno alla comprensione delle leggi dell'amore. Secondo il progetto di Dio ciò che si accorda con le leggi dell'amore è bene e ciò che si oppone alle leggi dell'amore è male, e questo affinché le relazioni producano ciò che devono produrre, ossia frutti di vita, di gioia, di pace, di ogni possibile bene; potremmo allora dire che peccare è impedire alle relazioni di produrre ciò a cui sono ordinate; o ancora: peccare è volersi impossessare dei frutti dell'amore senza rispettarne le leggi. Ora, rispettare le leggi dell'amore è fonte di vita e non rispettarle è fonte di morte, ma nell'insidiosa battaglia in cui siamo coinvolti il demonio e i suoi eserciti cercano di stravolgere le cose, facendo credere all'uomo che otterrà maggior vita e maggiori beni proprio non rispettando le leggi dell'amore che Dio ha manifestato alle sue creature.

Due opposte comprensioni della realtà

Così, dall'inizio della vicenda umana alla sua fine il demonio discretamente suggerisce: Non morirete affatto! Anzi... (Gn 3, 4-5). È bene soffermarsi a riflettere su ciò che è successo all’inizio perché vi è molto da imparare. Dopo l’incontro con il Serpente la nostra progenitrice si trova di fronte a due opposte comprensioni della realtà, quella secondo Dio è: Se mangerete dell'albero della conoscenza del bene e del male morirete (Cfr. Gn 2, 17), ma a questa il demonio oppone la sua comprensione della realtà: Non morirete affatto! Anzi. Dove sta la verità? Chi bisogna credere? Il momento è critico e pericoloso, è un momento di prova e di tentazione, ed è un momento voluto da Dio stesso. Tutti stiamo facendo la dolorosa esperienza che il dono d'amore chiesto da Dio alla sua creatura gli è stato negato, la legge dell'amore non è stata rispettata e l'amicizia con Dio è stata rotta; così catastrofi, orrori e morte affliggono da allora l'umanità e ci manifestano la gravità inaudita del peccato commesso.

Il momento di prova era voluto da Dio in vista dell'incredibile ricompensa che avrebbe voluto dare ai nostri progenitori se l'avessero superata, quale ricompensa? Quella di poter mangiare i frutti dell'albero della vita proprio perché avevano rinunciato per amore del loro Dio ai frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male. Com’è possibile affermarlo? Perché lo suggerisce il libro dell'Apocalisse: Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte dell'albero della vita e potranno entrare per le porte della città (Ap 22, 14). Dunque, l'intenzione ultima di Dio è di dare agli uomini i frutti dell'albero della vita. Ma allora oggi e sempre se la creatura ama se stessa più del suo Dio produce un disordine le cui conseguenze sono dolorosissime; inversamente, in ogni relazione a cominciare da quella con Dio, quando si mette l'altro al primo posto e il proprio io al secondo, l'amore può produrre ordinatamente i suoi frutti di vita, ma per fare questo movimento bisogna rinunciare a se stessi, bisogna in qualche modo morire, bisogna dire all'altro: “Sei tu che conti e non io”, ma anche l'altro è invitato a dire: “Sei tu che conti e non io”, quando questo avviene si mette in moto la danza dell'amore, della vita, della beatitudine. In ogni peccato invece succede l'inverso, perché il peccatore dice: “Sono io che conto, non tu”; e lo ha detto anche Eva, sia a suo marito, sia a Dio. Infatti, trovandosi di fronte a due opposte comprensioni della realtà: “se mangio dell'albero morirò” e “se mangio dell'albero non morirò”, non ha minimamente pensato, come l'amore avrebbe richiesto, di chiedere il parere di suo marito prima di prendere una decisione, e questo ci rivela anche la sua grande superficialità; evidentemente riteneva di contare più di suo marito, il cui parere in una questione di vita o di morte è stato considerato ininfluente. La mancanza di umiltà di Eva, così come la sua mancanza di stima e di rispetto verso suo marito sono enormi. Ma il disordine genera disordine, il peccato genera peccato, infatti, non solo il parere di suo marito non conta, ma nemmeno il comandamento di Dio alla fine conta.

La cosa che unicamente le importava era che si trovava davanti la possibilità di godere di qualcosa di molto bello, di molto buono, di molto desiderabile e qualcuno le aveva suggerito che poteva impossessarsene senza pericolo. “Ma c'è il comandamento di Dio!” - “Non importa, sono io che decido, sono io che conto e non lui”.

La gravità di questa decisione è inaudita, perché nei fatti significa affermare che Dio non dice la verità, quindi Dio è un mentitore, quindi Dio non è degno di fiducia, ma significa anche affermare che “il padre della menzogna” dice la verità, quindi “il padre della menzogna” è veritiero, quindi “il padre della menzogna” è degno di fiducia. Non era possibile commettere un peccato più grave. E qui il padre Molinié ci fa notare un altro paradosso: mentre noi proviamo orrore quando consideriamo il peccato di Caino che uccide suo fratello, non proviamo invece orrore quando consideriamo il peccato dei nostri progenitori che disubbidiscono a Dio, e questo la dice lunga sulle tenebre in cui siamo immersi. Ma Dio vuole salvarci dalle tenebre e questo implica che prima o poi, più o meno progressivamente, dovremo giungere a comprendere come stanno le cose; e qual è la cosa da comprendere in questa storia? Dovremo comprendere qual è stata la ripercussione sul cuore di Dio del peccato di Adamo ed Eva, dovremo comprendere che ripercussione ha sul cuore di Dio il nostro peccato. Detto in altri termini dovremo comprendere la serietà dell'amore di Dio per noi e la nostra responsabilità nel rispondere o non rispondere a questo amore. Ora, la rappresentazione visiva di ciò che il peccato produce sul cuore di Dio è proprio il cuore di Gesù trafitto dalla lancia, è il mistero della croce.

Il padre Molinié fa inoltre osservare che il mistero della croce non ci mostra solo le ripercussioni sul cuore di Dio del nostro peccato in quanto offende il suo amore per noi, ma ci mostra anche un dolore più profondo, ossia il dolore che Dio prova nel contemplare le conseguenze del peccato su di noi. Siccome Dio ci ama, gli è insopportabile vedere l’infelicità, le miserie e le catastrofi a cui andiamo incontro a causa dei nostri peccati, e questo ce lo dice non a parole, ma salendo volontariamente sulla croce per prendere su di sé parte del castigo che dovremmo subire noi.

L’appuntamento a cui non possiamo mancare

La contemplazione del cuore trafitto di Gesù, la contemplazione del mistero della croce sono gli strumenti necessari per ridurre in frantumi il nostro cuore di pietra e i sacramenti sono gli strumenti necessari per formare in noi un cuore di carne, un cuore che sappia rispondere come si deve all’amore di Dio. Questo programma prevede che chi ha trafitto il cuore di Gesù, ossia noi, si lasci a sua volta trafiggere il cuore; a un cuore trafitto si risponde con un cuore trafitto, lo dice il vangelo di Giovanni: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto (Gv 19, 37) e il libro dell'Apocalisse precisa: Ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto (Ap 1, 7).

 Questo è accaduto a Gerusalemme il giorno di Pentecoste durante la prima predicazione di Pietro. Lo Spirito Santo e Pietro operano in maniera potente per orientare lo sguardo degli ascoltatori sulla vicenda di Gesù di Nazaret, il quale pur avendo fatto in mezzo a loro grandi miracoli, prodigi e segni, loro, come hanno risposto all'amore di cui hanno beneficiato? Nel modo più improbabile e incredibile per chi è sano di mente, infatti, quel Gesù da cui hanno ricevuto ogni bene, voi lo avete crocifisso (At 2, 36). E qui ci troviamo di fronte alla più sconcertante definizione dell'uomo, perché alla domanda: “Ma chi è l'uomo?”. Dopo il Calvario s'impone la risposta: “L'uomo è quella creatura capace di crocifiggere il suo Creatore”.

La sommità del Calvario è allora il luogo in cui Dio dà appuntamento a ogni uomo: Ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto (Ap 1, 7). E come gli ascoltatori di Pietro all'udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore (At 2, 37), così ognuno di noi dovrà lasciarsi trafiggere il cuore nel contemplare il cuore trafitto di Gesù. Questo è auspicabile che accada quando la luce dello Spirito Santo ci mostrerà sia ciò che il nostro peccato produce sul cuore di Gesù, sia l'intenzione di Gesù di salvare dal peccato e dalla morte coloro che si lasceranno trafiggere il cuore. Infatti, è proprio lo Spirito Santo che convincerà il mondo del suo peccato e qui il peccato in questione è la mancanza di fede in Gesù (cfr. Gv 16, 8-9). Non avere fede in Gesù, non fidarsi di lui, non è indifferente o cosa di poco conto, perché, come una valanga acquista sempre più forza dopo che è incominciata a cadere, così se non crediamo in Gesù gli impediamo di darci la grazia senza la quale l'uomo non può funzionare correttamente, e non funzionare correttamente è come mettere in moto una valanga che genera guai e dolori a non finire.

Ma credere in Gesù che cosa vuol dire? Vuol dire prima di tutto lasciarlo operare come medico, infatti: non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati (Mt 9, 12). Anche su questo punto però la battaglia è furibonda, perché noi non vogliamo ammettere, non vogliamo accettare di essere malati, non vogliamo ammettere di essere peccatori. La battaglia è particolarmente accanita perché, col pretesto della misericordia si vorrebbe dichiarare il peccato inesistente; ma così facendo si distrugge la dignità dell'uomo, infatti, mettendo tutto sul conto della debolezza, della fragilità, dei condizionamenti sociali, dei traumi infantili... l'uomo diventa un burattino privo di libertà, perché niente è messo sul conto della sua responsabilità. Così, volendo alleggerire l'uomo dal peso che comporta l'assunzione di responsabilità nel peccato, lo si svilisce a tal punto da renderlo un automa mosso da condizionamenti più o meno forti che annullano di fatto la sua libertà; lo si priva così del potere e della dignità regali che fanno di lui un essere capace di scegliere fra Dio e Satana, di scegliere il suo destino eterno.

L’astuzia di cambiare il male in bene

Un altro stratagemma, da sempre in atto, per non ammettere il nostro peccato è quello di cambiargli il nome, basta che un atto vizioso sia dichiarato virtuoso e il gioco è fatto. Già il profeta Isaia lo denunciava con forza: Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro. Guai a coloro che si credono sapienti e si reputano intelligenti (Is 5, 20-21). Il riferimento a coloro che si credono “sapienti” e “intelligenti” è forse per avvisarci che chi tenta l'operazione di cambiare la luce in tenebre, lo fa con sottili, ben studiati ed erronei ragionamenti al fine di confondere le menti sia dei pastori, sia delle pecore. Quando l'operazione riesce i cooperatori della Luce e della Verità diventano diffusori di tenebre e coloro che hanno bisogno di essere guidati verso la Luce si ritrovano a percorrere sentieri di morte. Ma chi vuole la verità troverà la Verità, chi vuole la luce viene alla Luce, perché chi cerca trova, a chi bussa sarà aperto, e la Luce è venuta nel mondo per illuminare coloro che la cercano (cfr. Gv 3, 19-21).

Rimane il fatto richiamato dalle parole del Signore: a chi non rimetterete i peccati resteranno non rimessi; questo significa che i pastori devono vigilare perché potrebbero dover affrontare una contraddizione, la contraddizione di chi pretende un’assoluzione che non può essere concessa. Questo caso lo possiamo vedere illustrato in un frammento della parabola degli invitati al banchetto di nozze; nella parabola si narra infatti di un uomo che colpevolmente non ha voluto cambiare il suo abito inadatto alla festa, tutti gli altri invitati hanno accettato di cambiare il loro abito, ma lui no. Alla base di questo comportamento c'è un atteggiamento spirituale sempre più diffuso che potremmo riassumere così: “Voglio anch'io partecipare alle cose di Dio, ma a modo mio”, “Voglio anch'io essere assolto, ma senza dover cambiare il mio abito a cui tengo moltissimo”. Potremmo allora dire che il peccato che non può essere assolto è il peccato che non si vuole riconoscere come tale. Questa contraddizione è all’origine di una battaglia accanita per cambiare le leggi dell'amore al fine di adattarle alle esigenze del proprio io e delle sue voglie, e questo lo si vorrebbe fare con la complicità e la benedizione dei pastori. Quando questo accade l'abominio della desolazione entra nel tempio di Dio (Mt 24, 15). Che il Signore ci conceda di avere la forza e i sentimenti di Maria sotto la croce ogni volta che ci è chiesto di assistere a questo triste spettacolo. Alla fine però l'uomo che si ostina a non voler cambiare il suo abito sarà gettato fuori e Cristo trionferà, a lui onore e gloria nei secoli.

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Consapevole che le meditazioni proposte non sono che incerti balbettii, faccio appello alla carità  del lettore perché vengano accolte con benevolenza. In fondo, davanti a Dio, siamo tutti dei bambini bisognosi di imparare a parlare l'unica lingua che si parli nel suo Regno, la lingua dell'amore.

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