Meditazioni sul Vangelo

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Erano assidui nella frazione del pane

Erano assidui nella frazione del pane

At 2, 42b ; Gv 6, 30-69

Questo il tema su cui siamo chiamati a riflettere. Dopo l'assiduità all'insegnamento degli apostoli e all'unione fraterna, questa è la terza pratica a cui i primi cristiani erano assidui.

Le parole frazione del pane stanno ad indicare la celebrazione ed il mistero dell'Eucaristia. L'Eucaristia è uno dei misteri più profondi e scioccanti del cristianesimo, è un mistero di sapienza e di amore a cui non tutti aderiscono. Il Vangelo di Giovanni riporta infatti che quando Gesù nella sinagoga di Cafarnao ha parlato di questo mistero, molti discepoli hanno detto: Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo? E da allora si sono tirati indietro e non Lo hanno più seguito (Gv 6, 60-66). In effetti, chi può comprendere l'amore di Dio? Chi può seguirLo nelle sue iniziative, non rimanere perplesso di fronte ai suoi stratagemmi, non provare un certo timore per le sue esigenze? Gesù ci avverte: Nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio (Gv 6, 65). Per aderire alle iniziative un po' folli dell'amore di Dio è quindi necessario il soccorso della grazia, ma per offrire una valida collaborazione alla grazia conviene coltivare un certo modo di stare al mondo, un certo atteggiamento che abbia come componenti principali la docilità, l'umiltà, lo spirito di infanzia.

Il fatto di stare al mondo, il fatto di esistere, è essere coinvolti in una vicenda più grande di noi. Di questa vicenda riusciamo a cogliere solo alcuni aspetti, mentre altri rimangono incomprensibili e misteriosi; questo perché chi ha pensato la realtà nella quale viviamo è una mente divina e non umana. È naturale che una mente divina pensi e faccia cose che noi non riusciamo a comprendere interamente. Questo è tuttavia uno stimolo per la nostra intelligenza la quale tanto più riuscirà a comprendere, a stupirsi e a gioire delle opere di Dio, quanto più entrerà in sintonia con il suo pensiero, o meglio, quanto più al pensiero di Dio sarà concesso di entrare in comunione con noi. Perché questo avvenga è necessaria una Pasqua, ossia un cammino che passando attraverso la morte sfoci nella risurrezione. Infatti, ciò che Gesù propone agli uomini nel mistero dell'Eucaristia è qualche cosa che crocifigge e mette a morte l'intelligenza, ma l'intelligenza che si sottomette e per fede accoglie ciò che Gesù propone, giungerà a beneficiare della vita divina che Gesù vuole trasmetterci con questo sacramento.

Proviamo a capire meglio dove Gesù vuole arrivare. Come accennato, Gesù vuole donarci la vita divina così che giungiamo a vivere in virtù di essa. La vita divina è un qualche cosa di diverso dalla nostra vita naturale, tuttavia, se la vita divina non entra in noi quello che ci attende è la morte; ora, la vita divina è Gesù stesso (Gv 14,6; 1Gv 5,20), allora, se vuole donarci la vita divina, Gesù deve donarci se stesso. È a questo punto che inventa qualche cosa di impensabile e di sconcertante, ma non poi così assurdo. Gesù pensa infatti di chiamare il pane e il vino a diventare i segni della sua presenza; offre poi questo pane per essere mangiato e il vino bevuto, chi ne mangia e chi ne beve si unisce così a Gesù stesso ricevendo il dono della vita divina. Il lato sconcertante della faccenda è che, se così stanno le cose, si tratta di mangiare e bere il corpo e il sangue di una persona vivente. In un certo senso questo è vero, infatti, ai Giudei che discutevano fra loro e dicevano: Come può costui darci la sua carne da mangiare? Gesù risponde senza attenuare il lato ripugnante di quanto stava annunciando. Dice infatti: In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita (Gv 6,52-53).

Andarsene o rimanere?

Di fronte a parole come queste o si è docili, o ci si abbandona come bambini nelle braccia della madre, oppure ci si irrigidisce e si rifiuta di aderire ad una realtà o una dottrina che lascia sconcertati. Molti Giudei e discepoli non si sono sentiti di abbandonare i loro pensieri per accogliere i pensieri di Gesù. Quando si segue Gesù si arriva ad un certo punto in cui, o ci si adegua alla sua dottrina e alla sua volontà e allora ha un senso andargli dietro, oppure si vuole conservare una propria dottrina e una propria volontà ed allora non ha più senso stare con Lui. Così è successo che molti si sono tirati indietro.

Anche per Pietro e gli altri apostoli le parole di Gesù erano dure e incomprensibili tuttavia, di fronte all'alternativa di lasciare Gesù o continuare a seguirLo, hanno scelto di rimanere. Pietro manifesta così il suo pensiero: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio (Gv 6, 68-69). Queste parole mostrano come l'atto di abbandono di Pietro non sia un atto di credulità, ma un atto fondato sulla conoscenza e sulla fede. Il discorso che avevano appena ascoltato era un discorso folle, ma Colui che lo aveva pronunciato non era un pazzo e loro lo sapevano; avevano avuto infatti più di una occasione per apprezzare il suo equilibrio, la sua sapienza e la sua bontà, allora, di fronte a questa sua uscita sconcertante hanno deciso di fidarsi delle sue parole anche se non le comprendevano, hanno deciso di credere in Lui. È inevitabile che tutti coloro che seguono Gesù si trovino prima o poi a dover scegliere se fermarsi o proseguire, e chi decide di proseguire non lo potrà fare se non in virtù di un atto di fede e di abbandono.

Quello che si tratta di credere a proposito del sacramento dell'Eucaristia è che Gesù vuole comunicarci la sua vita realizzando un'intima unione fra Lui e noi; quest'unione è con il suo corpo, la sua anima e la sua divinità, l'unione si realizza quando noi mangiamo e beviamo le cose che contengono queste realtà, ossia il pane e il vino consacrati.

Fede e ragione

L'adesione a questa invenzione divina si ha per l'autorità delle parole di Gesù e non perché sia chiaro alla nostra intelligenza come il tutto possa avvenire. È tuttavia utile e doveroso per l'intelligenza fare quanto è in suo potere per cercare di vedere come ciò che il Signore propone non sia poi così assurdo. Un primo aspetto su cui si può riflettere riguarda le similitudini e le differenze fra il cibo naturale e quello proposto da Gesù.

Analogie

È cosa a tutti evidente che il nostro corpo ha bisogno di cibo e di bevanda per vivere, l'uomo tuttavia non ha solo il compito di provvedere per la vita del corpo, ma anche per quella dell'anima. Gesù, con il sacramento dell'Eucaristia, suggerisce l'idea che, come c'è un cibo e una bevanda per il corpo, così l'anima ha bisogno di un suo cibo e di una sua bevanda per poter vivere. Come il cibo e la bevanda producono piacere e sazietà nel corpo, così l'anima ha bisogno di un nutrimento che le porti gioia e pace. Gesù, all'inizio del discorso sull'Eucaristia, promette proprio questi beni affermando: Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete (Gv 6, 35). Queste parole definiscono anche l'uomo come uno che ha fame e sete; dicono inoltre che la risposta a questa fame e questa sete è da ricercare nella persona di Gesù. Purtroppo succede spesso che quando sentiamo il disagio o il tormento della fame noi pensiamo che sia il corpo ad aver fame, mentre in realtà è l'anima, ci lanciamo allora nell'impossibile impresa di saziare l'anima con il cibo del corpo e ci ritroviamo con l'anima vuota ed il corpo che scoppia. Di qui la necessità del richiamo del Signore e dell'annuncio di un cibo adatto a nutrire l'anima: Io sono il pane della vita, perché chi ne mangia non muoia (Gv 6, 48-50).

Un'altra cosa importante da osservare è questa: prima che uno mangi ci sono due corpi separati, il cibo da una parte e colui che mangia dall'altra; dopo che uno ha mangiato non ci sono più due corpi, ma uno solo. La materia del cibo ha subito inoltre una vantaggiosa trasformazione passando da materia inanimata a materia animata. Infatti, il cibo che dà vita al corpo, e ne diventa parte, riceve a sua volta vita da esso a causa dall'anima. Qualche cosa di simile ha in mente Gesù istituendo il sacramento dell'Eucaristia. Dice infatti: La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui (Gv 6, 55-56). Quando Gesù dimora in noi è come se diventasse l'anima della nostra anima.

C'è da notare ancora come il pane o la cioccolata che noi mangiamo, devono subire una frantumazione, uno sbriciolamento, un annientamento, per poter essere assimilati dal nostro corpo e partecipare così alla sua vitalità; è come se, per raggiungere una vita più elevata, dovessero prima morire. Questo è molto simile al mistero della morte e risurrezione di Gesù. Per questa via è necessario che passiamo anche noi. Gesù lo dice: Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso prenda la sua croce e mi segua (Mt 16, 24). Il cammino di vita che Gesù propone ha quindi due tappe: una è la morte, l'altra è la risurrezione.

Differenze

Proviamo a considerare adesso alcune differenze fra il cibo naturale e quello soprannaturale. Quando mangiamo il cibo naturale accade che colui che mangia trasforma in sé ciò che ha mangiato; quando mangiamo invece il Corpo e il Sangue del Signore accade l'opposto, ossia, colui che mangia viene trasformato in ciò che ha mangiato, cioè in Gesù presente nel pane consacrato. L'uomo, essendo superiore al cibo che mangia, lo trasforma in sé, così Gesù, essendo a noi superiore, ci trasforma in Sé anche se siamo noi a mangiare Lui; si ha così, in fin dei conti, che veniamo mangiati da Colui che mangiamo. Un'altra differenza fra il cibo naturale e quello soprannaturale è questa: che uno sia gentile o prepotente, umile o orgoglioso, buono o cattivo, ugualmente viene nutrito dal cibo materiale; non così per il cibo spirituale, non può pretendere infatti di venire nutrito dal Corpo di Cristo chi non si preoccupa di estirpare dalla sua anima ogni erba cattiva. L'efficacia del pane della vita dipende quindi dal nostro impegno nel bene.

Possiamo osservare ancora questa differenza fra il cibo del corpo e quello dell'anima: quando mangiamo il cibo del corpo l'esperienza del piacere e della sazietà sono immediati, non così per il pane disceso dal cielo, quando lo mangiamo non sperimentiamo infatti un particolare appagamento, non ci sembra di mangiare qualche cosa di particolarmente gustoso. Questo fatto, a lungo andare, può creare problemi, mormorazioni, defezioni. Si ha qui una situazione analoga a quella degli Israeliti usciti dall'Egitto. Il Signore aveva pensato di sostenerli con la manna nel loro cammino verso la terra promessa, ma, dopo un certo tempo, gli Israeliti hanno incominciato a lamentarsi malamente (Nm 11,1) contro il Signore per il cibo che forniva loro, dicevano infatti: Chi ci potrà dare carne da mangiare? Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cocomeri dei meloni, dei porri, delle cipolle e dell'aglio. Ora la nostra vita inaridisce; non c'è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna (Nm 11, 4-6). L'episodio ci avverte che lungo il cammino della vita vi è un momento critico in cui rischiamo di lamentarci malamente contro il Signore per il cibo che ci dà. Anche noi rischiamo di volgerci indietro a desiderare nuovamente i gusti e la vitalità dell'Egitto perché vediamo la vita inaridire e i sapori dei pesci, dei meloni, dei porri e delle cipolle non ci sono più.

Il problema del gusto e dell'appagamento è in realtà il problema del silenzio di Gesù nel sacramento dell'Eucaristia. Questo è un fatto strano su cui conviene riflettere. Il fatto strano è che: siccome il fine del sacramento è stabilire un'intima unione fra Gesù e noi, sembrerebbe normale che fra due persone così intimamente unite ci debba essere uno scambio sensibile di parole, se questo non avviene si potrebbe pensare che non c'è presenza reale del Signore.

Penso che la risposta a questo problema dipenda dalla corretta comprensione del significato della vita presente. Ora, il tempo della vita presente è soprattutto un tempo di purificazione e di prova, tempo in cui siamo lasciati liberi di deciderci per Dio o per qualcos'altro, mentre il godimento della presenza sensibile del Signore, della sua conversazione e del suo amore, sono piuttosto un frutto che ci verrà offerto dopo la nostra purificazione, sono piuttosto il premio delle prove che avremo saputo superare.

Il Signore quanto aveva di indispensabile da dire per la nostra salvezza l'ha già detto nella sinagoga di Cafarnao e negli altri luoghi in cui ha insegnato, poi, oltre le parole, ci ha lasciato lo spettacolo della sua morte e della sua risurrezione. Il nostro compito attuale è quindi quello di praticare i suoi insegnamenti e percorrere la via che Lui ha percorso. Nel sacramento dell'Eucaristia abbiamo così il massimo della sua vicinanza ed il massimo del suo nascondimento; tuttavia, chi crede ha la vita eterna (Gv 6, 47) perché, posta la fede, seguirà necessariamente, al tempo opportuno, la gioia della visione.

Il divino Prigioniero

Giunti a questo punto la domanda che potremmo ancora porci è: che cosa ci fa Gesù nascosto nel nostro cuore e nei tabernacoli delle chiese del mondo? Si potrebbe rispondere in maniera un po' provocatoria che Gesù, sia nei tabernacoli che nei nostri cuori, fa il prigioniero. La provocazione è per sollecitare la riflessione sull'opera di misericordia che siamo tenuti a compiere nei confronti dei prigionieri. Potremmo dire che Gesù è tenuto prigioniero da due catene: il suo amore folle per noi e la nostra libertà. libertà che rispetta infinitamente e che sola può consentirgli di operare efficacemente nella nostra vita. Gesù, che nel suo amore interamente si dona, attende che anche noi ci doniamo interamente a Lui.

L'opera di Gesù nascosto nei tabernacoli e nei cuori, merita tuttavia qualche ulteriore approfondimento. Il fine che Lui si propone è la nostra salvezza, vuole liberarci dalla morte mediante il dono della sua vita. La sostanza di questa vita divina è un'intima conoscenza e un intimo amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; quando si raggiunge questa meta finisce la sua e la nostra prigionia ed inizia la beatitudine. Se questo è il fine, l'opera di Gesù nascosto sarà quella di guidarci al suo conseguimento e di sostenerci lungo il cammino, cammino che dura tutta la vita e in certi casi anche oltre.

Esodo ed Eucaristia

Questo cammino è simile a quello che gli Israeliti hanno compiuto per passare dalla schiavitù dell'Egitto alla libertà della terra promessa. La prospettiva della liberazione dall'oppressione e dalla schiavitù, raccoglie una certa adesione in coloro che si sentono schiavi ed oppressi. Così è per noi quando sentiamo parlare di vita eterna, di Gesù che estingue la nostra fame e la nostra sete, di Gesù che dà senso alla nostra vita. Allora, come la Samaritana al pozzo e come i giudei nella sinagoga di Cafarnao, diciamo: Signore,... donaci di quest'acqua,... Signore, dacci sempre questo pane (Gv 4,5; 6,34).

Le cose cambiano quando ci accorgiamo che il cammino della vita, o la via della liberazione, passa per il deserto. Evidentemente il deserto non è un luogo dove il cibo e l'acqua abbondano, anzi, più che altro scarseggiano, e poi c'è un sole che implacabilmente dardeggia su un paesaggio sempre uguale: distese immense di sabbia, distese immense di aridità. La terra che il Signore aveva promesso, quella in cui scorre latte e miele, sembra allora un sogno impossibile da realizzare, il cammino che doveva essere un cammino di liberazione sembra condurre a disagi peggiori di quelli appena lasciati. Già Mosè all'inizio della sua impresa, dopo le prime difficoltà, si rivolgeva al Signore dicendo: ...Tu non hai per nulla liberato il tuo popolo (Es 5,23).

Questi fatti mostrano che uno dei momenti critici sulla via della vita, è quando i beni dell'Egitto: pesci, meloni, porri, cipolle, non ci sono più e i beni della terra promessa non ci sono ancora. Il rischio è allora di ritornare a desiderare i beni che il Signore ci aveva fatto lasciare perché voleva darcene di migliori. Il rischio è di scoraggiarci perché la nostra vita inaridisce; non c'è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna (Nm 11,6). Così Gesù nel sacramento dell'Eucaristia, non ci preserva subito dai morsi della fame e della sete, ma stacca progressivamente il nostro gusto dai beni di questo mondo per darci a suo tempo i beni del Cielo. Succede così che a volte si ha la sensazione di avere ancora di più fame e sete. Non ci preserva dalle aridità e dai combattimenti, così come gli Israeliti nel deserto non sono stati preservati da aridità e combattimenti, ma ci dona la forza per reggere nelle aridità e vincere nei combattimenti. Non ci dona sempre una chiara visione del cammino da percorrere, ma ci dona la fede e la confidenza che consentono di procedere anche quando si fa buio e non comprendiamo bene dove voglia condurci.

Dalla luce alle tenebre e dalle tenebre alla luce

Il profeta Isaia esprime in forma poetica questi modi tipici della condotta del Signore: Renderò aridi monti e colli, farò seccare tutta la loro erba; trasformerò i fiumi in stagni e gli stagni farò inaridire, farò camminare i ciechi per vie che non conoscono, li guiderò per sentieri sconosciuti. Questa la prima parte della sua azione, la seconda è più consolante perché ci assicura che: Trasformerò davanti a loro le tenebre in luce, i luoghi aspri in pianura. Tali cose io ho fatto e non cesserò di farle (Is 42, 15-16). Siamo quindi avvertiti, quando il Signore opera, quando la nostra libertà gli consente di operare, Lui opera in questo modo e non ha intenzione di cambiare strategia.

C'è quindi un primo tempo in cui viviamo in virtù dei pesci, dei cocomeri e delle cipolle che ci sono in Egitto, ossia di tutte le cose belle e buone che ci sono nel mondo; tuttavia, se non ci distacchiamo da questi beni ne diventeremo schiavi, come gli Israeliti erano diventati schiavi degli Egiziani. È quindi assolutamente necessario un esodo, ossia un progressivo allontanamento dai beni naturali: questa è la marcia degli Israeliti nel deserto, marcia che li allontanava sempre più dalle cipolle dell'Egitto. La meta di questa marcia è la terra promessa, terra in cui scorre latte e miele, terra in cui non si vive più in virtù e in funzione dei beni naturali, ma in virtù di quelli soprannaturali, vale a dire in virtù di una conoscenza e di un amore di Dio sempre più intimi e profondi. Il cammino che conduce a questa meta richiede un certo abbandono, lotta contro le tentazioni, combattimenti contro nemici vari, spirito di sacrificio, perseveranza, tutte cose che in noi scarseggiano o per cui siamo poco inclinati, ma in Gesù nascosto nell'Eucaristia abbondano, di qui la necessità di nutrirci di Lui per poter reggere lungo il cammino e raggiungere la meta. Da quanto detto possiamo ancora dedurre che la presenza di Gesù nel nostro cuore sarà efficace nella misura in cui accetteremo di muoverci o di lasciarci condurre lungo la via di questo esodo, in caso contrario è come se Lui tirasse da una parte e noi dall'altra, la fatica sarebbe tanta ma i frutti pochi.

Per aiutarci a percorrere con buona volontà la via verso la terra promessa, conviene considerare cosa succede a quelli che non partono e che cosa succede a quelli che arrivano. Evidentemente quelli che non partono rimarranno schiavi e moriranno in Egitto, saranno cioè costretti a cercare la vita nei beni naturali. Ora, per quanto siano belli, buoni ed appaganti, con l'andare del tempo riusciranno sempre meno a soddisfare coloro che se ne nutrono, sono un po' come la panna montata, per quanto buona, se uno non mangia altro ne rimarrà nauseato e disgustato, morirà di fame anche fra l'abbondanza di tutto ciò che potrebbe umanamente desiderare.

Diverso è il caso di coloro che arrivano, di coloro che, avendo accettato i disagi del viaggio, giungono a trovare nel Pane disceso dal cielo un cibo capace di soddisfare ogni loro fame, cibo che mai stanca, potentemente rinvigorisce ed è pregustazione e speranza di vita eterna. Questi sono lo spettacolo più bello che possiamo osservare su questa terra, sono persone vive, libere, ed hanno trovato il segreto della felicità, sono i santi. I santi sono la più eloquente dimostrazione della presenza reale di Gesù nell'Ostia consacrata. Il santo curato D'Ars faceva questa osservazione: Non tutti quelli che si accostano alla comunione sono santi o diventeranno tali, ma sicuramente tutti i santi si sono santificati mediante questo sacramento.

Brevi riflessioni

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Meditazioni

Consapevole che le meditazioni proposte non sono che incerti balbettii, faccio appello alla carità  del lettore perché vengano accolte con benevolenza. In fondo, davanti a Dio, siamo tutti dei bambini bisognosi di imparare a parlare l'unica lingua che si parli nel suo Regno, la lingua dell'amore.

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