Meditazioni sul Vangelo

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Umiltà radicale

Umiltà radicale (Lc 14, 1. 7-14)

A nessuno piace stare all’ultimo posto, tutti cerchiamo qualche visibilità o qualche apprezzamento; tanto o poco ci piace essere ammirati dagli uomini (Mt 23, 5), proviamo una certa soddisfazione nel sentirci superiori ad altri che riteniamo inferiori. Riconosciamo che non possiamo eccellere in ogni campo, ma almeno nel nostro campo cerchiamo di guadagnare una buona posizione; non si tratta di non fare bene il proprio lavoro e rifiutare eventuali promozioni sociali, ma si tratta di non mettere la promozione sociale al primo posto, di non fare di questa un idolo; il Siracide ci suggerisce l’atteggiamento giusto: Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore (Sir 3, 18).

Gesù, a coloro che lo vogliono ascoltare, dice di andare a mettersi all’ultimo posto. Lo dice perché conosce bene le nostre tendenze, le preferenze del Padre suo e le leggi che regolano la vita nel Regno dove siamo invitati come commensali; non vuole che i suoi amici facciano la figura di chi imprudentemente si valuta più del dovuto e perciò sarà invitato a occupare un posto inferiore a quello che si è scelto da sé.

Accogliere l’insegnamento di Gesù sull’umiltà, e praticarlo, comporta una lotta non breve e non facile contro la mentalità del mondo e contro il nostro orgoglio più o meno solidale con il mondo; chi accoglie i pensieri mondani vuole apparire, emergere, primeggiare, è disposto a mentire, a frodare e a calpestare il prossimo pur di salire qualche gradino nella scala sociale, o nelle grazie dei potenti, o nell’opinione elevata che presuntuosamente ha di sé.

Gli uomini, confrontandosi con gli uomini, si invidiano gli uni gli altri e vogliono prevalere l’uno sull’altro; ma così facendo generano disagi e guai a non finire. In ogni campo c’è chi è più bravo di un altro o possiede beni maggiori di un altro, così, guardando alla bravura e ai beni degli altri ognuno cerca di salire un gradino più in su e, se vi riesce, ne trae piacere e gloria; ma quando uno incomincia a salire vuole salire sempre più, il guaio è che la gloria e il piacere non bastano mai, perché c’è in noi un desiderio di infinito che nessuna gloria umana potrà mai soddisfare; allora Gesù propone una soluzione radicale al nostro desiderio di gloria, che consiste nella rinuncia totale alla gloria umana per puntare tutto sulla gloria divina; questa, molto più solida e più vera, sarà quella che Dio ci darà. Lui solo è il giudice e conosce i meriti di ciascuno. Dandoci l’esistenza, Dio ci ha invitati al banchetto della vita eterna, e allora: Quando viene colui che ti ha invitato, viene per distribuire i posti secondo i meriti oggettivi di tutti gli invitati, perché lui solo ha l’autorità e le conoscenze adeguate a tale compito.

I confronti più significativi e vantaggiosi li dovremmo fare con la vita di Gesù e dei suoi santi, allora vedremmo che siamo ben povera cosa, perché, in fondo, che cosa sono mai i nostri beni, le nostre qualità, le nostre virtù e i nostri migliori successi rispetto alla santità di Dio? Nulla. Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto? (1Cor 4, 7). La nostra intelligenza rispetto a quella di Dio sarebbe meglio chiamarla ignoranza, i nostri migliori atti di virtù sono pieni di imperfezioni, il nostro così detto amore è pieno di egoismi, i nostri atti di generosità sono anche inquinati dal desiderio di essere ammirati. A proposito dell’amore di Dio don Divo Barsotti fa notare che: “Dio ti ama. Ma tu non devi credere troppo presto di amarlo”. Osea poi, toglie ogni illusione sulla consistenza del nostro amore per Dio: Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all'alba svanisce (Os 6, 4); e Isaia impietosamente constata: Siamo divenuti tutti come una cosa impura e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia (Is 64, 5).

Stando così le cose, a noi che sgomitiamo per ottenere i primi posti, Gesù raccomanda di cercare l’ultimo posto; è molto più prudente, più sicuro e più vero; se poi Colui che ci ha invitato vorrà farci andare più avanti, tanto di guadagnato, ma sarebbe già una gran cosa poter partecipare al banchetto all’ultimo posto. L’esistenza che abbiamo non è dovuta, è puro dono, nessuno di noi l’ha meritata; quindi, nessuno di noi può pretendere alcunché, ma dovremmo ringraziare molto il Signore perché ci ha voluti. Invece siamo degli ingrati che pretendono pure i primi posti nel banchetto della vita e facciamo di tutto per averli. Se non raggiungiamo una certa posizione, se non abbiamo la stima di questo o di quello ci rattristiamo o mettiamo a soqquadro il mondo pur di raggiungere il posto “adeguato al nostro valore”.

Di fatto, pochi sono disposti a lavorare per cercare di raggiungere l’ultimo posto, che equivale a raggiungere la nostra povertà; pochi cercano l’umiltà, la discrezione, il nascondimento, l’abbassamento di sé per elevare gli altri come saggiamente raccomanda San Paolo: Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso (Fil 2, 3); pochi accettano di conoscere chi sono veramente agli occhi di Dio: Tu dici: «Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla», ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo (Ap 3, 17).

Gesù dice che chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato, questa affermazione è paradossale, perché ci avverte che alla fine ognuno otterrà il contrario di quello che avrà sempre cercato: chi avrà faticato una vita per elevarsi si vedrà abbassato e chi avrà cercato l’umiltà e il nascondimento sarà esaltato. Chi avrà cercato la propria povertà come si cerca un tesoro, parteciperà alla beatitudine dei poveri: Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio (Lc 6, 20).

In profondità, tutti siamo poveri; ci sono però coloro che non lo vogliono ammettere e, in mille modi, cercano di fuggire da questa umiliante presa di coscienza, anche praticando la virtù in modo eroico - don Divo Barsotti si rammarica quando vede negli altri: “… proprio la loro incapacità di riconoscere la loro povertà, il loro vuoto” -. Ma ci sono anche coloro che accettano di non respingere la luce che li invita a riconoscere la loro povertà e ad apprezzarla come un mezzo per raggiungere la beatitudine; dunque, è giusto dire che la nostra povertà è un tesoro, perché è passando per essa che diventeremo beati. A conferma di questa affermazione c’è l’autorevole pensiero di S. Teresina di Lisieux, dottore della Chiesa, la quale spiega a sua sorella che: “I miei desideri di martirio sono un bel nulla”, invece, ciò che piace al buon Dio in lei: “è di vedermi amare la mia piccolezza e la mia povertà, è la speranza cieca che ho nella sua misericordia. Ecco il mio solo tesoro” (Lettera 176). Il tesoro di Teresina è quindi: sia la sua piccolezza e la sua povertà, sia la sua speranza cieca nella misericordia.

Ed è un tesoro anche la nostra più grande povertà, ossia il peccato, che consiste nell’offendere in continuazione l’amore dovuto a Dio e ai fratelli. Il nostro peccato è un tesoro perché contribuisce molto a frantumare il nostro orgoglio e ci pone in uno stato di umiltà e di pentimento tali per cui l’unica nostra speranza diventa la misericordia di Dio; allora, la misericordia può finalmente attuare il suo desiderio di perdonare, consolare, santificare, beatificare, ma lo può fare solo in coloro che piangono il loro peccato perché hanno accettato di vederlo, in coloro che piangono perché, nonostante il loro impegno, offendono in continuazione l’amore e come San Paolo si lamentano: Sono uno sventurato! Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (Rm 7, 19. 24). Il salmista però ci rassicura: Un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi (Sal 50, 19); inoltre, perché nessuno si scoraggi, è bene ricordare che questo cuore affranto e umiliato è quello del re Davide che, essendosi unito alla moglie di un suo ufficiale, ignobilmente lo fa uccidere per rimediare alla nascita di un figlio. Un cuore affranto e umiliato ottiene il perdono di qualsiasi peccato.

La Santa Vergine che ha praticato con perfezione la virtù dell’umiltà e ha cantato: Ha guardato all’umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata (Lc 1, 48), ci aiuti a comprendere, ad assimilare e a vivere le parole di suo Figlio.

Brevi riflessioni

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Meditazioni

Consapevole che le meditazioni proposte non sono che incerti balbettii, faccio appello alla carità  del lettore perché vengano accolte con benevolenza. In fondo, davanti a Dio, siamo tutti dei bambini bisognosi di imparare a parlare l'unica lingua che si parli nel suo Regno, la lingua dell'amore.

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