Meditazioni sul Vangelo

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La vedova di Sarèpta

La vedova di Sarèpta

Le storie e i personaggi della Sacra Scrittura in qualche modo ci riguardano, ci istruiscono, sono motivo di conforto o di sconcerto, sempre ci interpellano, ma non sempre comprendiamo, perché non è facilissimo scoprire le connessioni fra quelle storie e la nostra. Scrutare le Scritture è un compito che fa tremare i polsi, perché le nostre ottusità, le nostre durezze di cervice e di cuore, rischiano di oscurare il pensiero di Dio o di deformarlo o di respingerlo.

Il primo libro dei Re racconta la vicenda di una vedova e di suo figlio in un tempo in cui la siccità e la carestia imperversano, la situazione è talmente grave che l’unica loro prospettiva è la morte; il profeta Elia, quando incontra la vedova, sembra aggravare ancora la loro condizione chiedendole per sé un po’ d’acqua e un po’ di pane, risorse che in tempo di siccità e carestia non abbondano; infatti, la donna gli risponde: Non ho nulla di cotto, ma solo un po’ di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio… andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo. Se il poco che hanno lo devono dividere col profeta, questo non potrà che anticipare la loro morte. Ma Elia rassicura: La farina nella giara non si esaurirà e l’orcio nell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra (1Re 17, 10-16). La vedova si fida e ubbidisce, le parole di Elia si realizzano, lei e suo figlio hanno salva la vita.

La vicenda di questa vedova è una figura della nostra vita, infatti, una vedova vive in una condizione di debolezza estrema perché la morte ha interrotto la relazione d’amore con suo marito, ha quindi perso ciò che costituiva la sicurezza, la fecondità, lo splendore e il senso della sua vita; inoltre, la siccità e la carestia aumentano il suo stato di precarietà, perché essendo il disagio generale, difficilmente potrà contare sull’aiuto altrui. Così, ognuno di noi nella vita presente si trova in uno stato di desolazione generale, perché, in seguito al peccato originale, è rotta la relazione d’amore fra Dio e l’uomo, di qui la perdita di sicurezza, di splendore e di senso della vita; l’uomo ha come unica prospettiva la morte per sé e per i propri figli. La situazione sarebbe disperata se non giungesse, inatteso, un profeta a rimediare ciò che umanamente è irrimediabile. È da notare che il profeta giunge all’ultimo momento, appena prima che la situazione precipiti; probabilmente perché ne traiamo un duplice insegnamento: dobbiamo infatti acquisire la consapevolezza dei dolorosi effetti che il peccato originale produce sia sui singoli, sia sulla società; tanto gravi e dolorosi da condurci alla morte; e poi perché capiamo bene che nessun uomo e nessuna industria umana possono salvarci. Se non ci fosse questa duplice consapevolezza non saremmo in grado di desiderare e di apprezzare adeguatamente il Salvatore; il quale ci è dato, non per i nostri meriti, ma per pura misericordia; allora, prima che il Salvatore eserciti efficacemente il suo potere, è bene che ci rendiamo conto sia della miseria estrema in cui siamo caduti, sia che non possiamo salvarci da soli.

Il Salvatore poi, per poter operare, ha bisogno di un nostro atto di fiducia e di abbandono; soprattutto quando ciò che ci chiede sembra andare contro i nostri interessi, può chiederci infatti di rinunciare anche a quei pochi beni che ci consentono di sopravvivere, questo perché impariamo a riporre esclusivamente in lui la nostra fiducia. Alla vedova il profeta ha chiesto quel po’ di farina e di olio che le servivano per preparare l’ultimo pane per sé e per suo figlio. Se la vedova non avesse avuto fiducia nelle parole di Elia e si fosse rifiutata di dargli quanto chiedeva, non ci sarebbe stato il miracolo, lei e suo figlio non avrebbero avuto salva la vita.

Anche il vangelo racconta di una povera vedova che getta nel tesoro del tempio due monetine, Gesù la osserva e l’ammira, perché quella donna dona a Dio più di altri che donano solo il loro superfluo, lei invece dona tutto quello che ha, tutto quanto ha per vivere (Mc 12, 41-44); quindi, umanamente non ha più mezzi di sostentamento. Davvero grande è la sua fede nella bontà di Dio! Ma come la fede della vedova di Sarèpta ha ottenuto il miracolo della moltiplicazione della farina e dell’olio, così la vedova di Gerusalemme non può non aver ottenuto un miracolo simile, ossia una fonte di sostentamento procuratale non da un profeta, ma da qualcuno di più grande. Gesù, che ha visto e ammirato il suo gesto, avrà certamente provveduto a ricompensarla per il suo totale abbandono alla divina provvidenza; l’abbandono alla provvidenza è un atto di amore e all’amore si risponde con l’amore.

Dobbiamo ammettere che la nostra fede non assomiglia a quella di queste vedove, ci soccorra allora Maria e ci ottenga la grazia di crescere sempre più nella fiducia e nell’abbandono alla volontà di Dio, virtù che lei ha praticato in sommo grado.

Brevi riflessioni

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Meditazioni

Consapevole che le meditazioni proposte non sono che incerti balbettii, faccio appello alla carità  del lettore perché vengano accolte con benevolenza. In fondo, davanti a Dio, siamo tutti dei bambini bisognosi di imparare a parlare l'unica lingua che si parli nel suo Regno, la lingua dell'amore.

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