Meditazioni sul Vangelo

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La festa di Cristo Re

La festa di Cristo Re (Lc 23, 35-43)

Per quanto riguarda le cose del cielo, il progetto di Dio, i misteri di Cristo, un torpore ci avvolge, allora la Chiesa cerca di svegliarci proponendoci in continuazione i paradossi che Dio ha sparso ovunque nelle sue opere. I paradossi scuotono la nostra intelligenza, e il nostro cuore, con lo scopo di metterci in adorazione di fronte alla maestà di Dio, alla bellezza della sua opera, all’incandescenza del suo amore. Infatti, cosa trova di meglio la Chiesa per celebrare la festa di Cristo Re se non proporre alla nostra attenzione il suo massimo titolo di gloria, ossia la sua morte in croce? Cristo è Re dell’universo proprio perché ha accettato di morire su una croce, e non è stata un’impresa di poco conto. Il Re dell’universo, il Signore degli eserciti (Zc 9, 15) è uscito in battaglia e, nel momento più aspro della lotta si è esposto perché colpissero lui e fossero salvati i suoi sudditi: Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano (Gv 18, 8); ecco la gloria di cui ha voluto rivestirsi Gesù per manifestarci il suo amore: Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? (Lc 24, 26). Ma che cosa significa tutto questo? Chi è così saggio da capirlo? (Ger 9, 11)...

I discepoli di Emmaus se ne andavano tristi conversando tra loro di tutto quello che era accaduto (Lc 24, 14) a Gesù sul Calvario; avevano visto e vissuto i fatti, ma non li comprendevano. La Chiesa, durante l’anno liturgico, propone dei fatti alla nostra attenzione, nella festa di Cristo Re dell’anno C, il vangelo parla di Gesù che muore per noi sulla croce; si tratta di un mistero che ci supera e ci riguarda, non dovremmo lasciarci vincere dall’indifferenza, ma, come i discepoli di Emmaus, conversare fra noi, ossia al nostro interno, di tutto quello che sentiamo raccontare nel vangelo. Non è escluso che questa discussione interiore produca un frutto singolare, vale a dire: non una comprensione di ciò che la Chiesa propone a credere, ma una “non comprensione” sempre più consapevole e profonda.

L’ingenuità di certi teologi è fare teologia per comprendere le cose di Dio; analogamente, l’ingenuità di certi predicatori è predicare per farci comprendere le cose di Dio. Ma allora, perché si fa della teologia e perché si predica? A proposito della teologia padre Molinié risponde: “Fare della teologia per comprendere Dio è follia. Bisogna fare della teologia per giungere a non comprendere più nulla; bisogna guardare il Sole per diventare ciechi”; così i predicatori dovrebbero condurre i fedeli a rendersi conto che quanto riescono a comprendere è molto poco rispetto alla vastità delle cose che rimangono da comprendere. Quando un fedele vorrebbe comprendere, ma non ci riesce, quando insiste a cercare, ma non riesce a trovare, è il momento in cui la grazia può intervenire e operare secondo il suo genio: allora Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro... e cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui... Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture; aprì la loro mente perché potessero comprendere ciò che non riuscivano a comprendere; e il loro cuore si riempiva finalmente di gratitudine, di gioia e di amore (Cfr. Lc 24, 13-45). Il fatto che lungo il cammino, afflitti, si interrogavano su parole ed eventi che non capivano, significava che desideravano capire e implicitamente desideravano Gesù, perché Gesù è la Luce, la Verità, il Re della storia e dei cuori, infatti, quando ha chiarito loro ogni cosa hanno aderito a lui con stupore, gioia e amore. Il guaio è che spesso, quando i misteri di Dio ci interpellano, lasciamo perdere, non rispondiamo all’invito a capire perché il roveto arde, ma non si consuma (Es 3, 2), la ricerca della verità ci fa un po’ paura e costa fatica, allora preferiamo ricadere nel torpore; ma c’è chi non dorme mai e approfitta del nostro sonno: mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò (Mt 13, 25).

Ciò che accade sul Calvario è talmente enorme, inquietante, grandioso e misterioso che non basta una vita per esplorarne i misteri. L’immagine che ormai è impressa in tutti i cuori è quella delle tre croci: Gesù innocente al centro, con ai lati due colpevoli; la sofferenza innocente di Gesù è la follia con cui Dio tenta di salvare i colpevoli, tuttavia, l’uomo ha il terribile potere di vanificare il desiderio di Dio di salvarlo. Sul Calvario sono rappresentati i possibili esiti del dramma divino-umano: ci sono i salvati rappresentati da Maria, Giovanni, il buon ladrone...; ci sono coloro che rifiutano la salvezza: I capi deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto»... Anche i soldati lo deridevano... Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava; e ci sono gli indecisi: Il popolo stava a vedere. Sul Calvario le parole di Gesù si riducono al minimo, parla il suo sangue, parla il suo dolore, parla l’amore manifestato dal sangue e dal dolore, questa parola attraverserà i secoli e sarà causa di salvezza per tutti coloro che si lasceranno toccare dall’Amore.

L’Amore di Gesù salva secondo due modalità: preservando dal peccato, oppure perdonando il peccato; ma anche i preservati sono dei perdonati, lo sono in anticipo, in quanto la grazia ha impedito loro di cadere nell’orrore del peccato. È tradizionale nella Chiesa considerare Maria e Giovanni come rappresentanti di tutti i discepoli fedeli. È lecito allora considerare il buon ladrone e Maria Maddalena come rappresentanti di coloro che, pur avendo vissuto fra i disastri del peccato, sono stati salvati dallo sguardo d’amore di Gesù. Il buon ladrone è stato toccato dallo sguardo di Gesù, in quello sguardo ha visto qualcosa che non è di questo mondo, qualcosa che poteva appartenere solo a Colui che regna anche sulle sofferenze più atroci e sulla morte. Sant’Agostino, stupito, giustamente si chiede come abbia potuto riconoscere la regalità di Gesù proprio nel momento della sua massima umiliazione, proprio quando molti lo avevano abbandonato e i suoi nemici sembravano vincitori; ironicamente si chiede inoltre se, fra una rapina e un assassinio, abbia avuto modo di studiare le Scritture; poi, presta al buon ladrone una risposta ammirevole: “No, non ho studiato le Scritture, ma dalla croce Gesù mi ha guardato e nel suo sguardo ho capito tutto”. Solo a causa di quello sguardo ha potuto dire: Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno. Conosciamo la risposta: In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso.

Possiamo osservare che l’ora estrema del supplizio ha messo entrambi i colpevoli di fronte alla Verità, non potevano più fuggire dalle conseguenze dolorose dei loro delitti, ma, di fronte a Gesù potevano accoglie la verità oppure ribellarsi; uno onestamente ammette: Riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male; l’altro invece vorrebbe essere salvato senza dover ammettere il suo peccato: Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!»; a differenza del primo non riconosce l’innocenza di Gesù, perché riconoscerla avrebbe voluto dire ammettere la propria colpevolezza - l’innocente, il buono, il giusto, è come una luce che mostra inevitabilmente la nostra conformità o difformità rispetto alla bontà, alla giustizia, all’innocenza -. Uno, asseconda l’azione della grazia e si salva, l’altro si priva dell’occasione di salvezza che anche a lui veniva offerta.

Il nostro atteggiamento nei confronti della Verità è di un’importanza estrema, può farci entrare subito in paradiso nonostante i nostri crimini, oppure può escluderci definitivamente dal paradiso perché non vogliamo ammettere i nostri crimini. Ammettere i nostri crimini può costare parecchio, ma il buon ladrone dice a tutti che anche i più grandi peccati possono diventare una scorciatoia per il paradiso; tanto è grande il potere della Misericordia che è Cristo, e dell’umiltà che si raggiunge con la confessione dei peccati. Dovremmo riflettere di più sulla vicenda del buon ladrone, perché ci assicura che anche il peggiore dei criminali può entrare direttamente in paradiso senza passare per il purgatorio; non trascurare una notizia così enorme può essere un’astuzia per evitarlo; Gesù sarebbe molto più contento se riuscissimo a evitare il purgatorio.

La Santa Vergine ci faccia comprendere la via del buon ladrone, affinché, percorrendola, suo Figlio ci accolga immediatamente nel suo Regno.

Brevi riflessioni

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Meditazioni

Consapevole che le meditazioni proposte non sono che incerti balbettii, faccio appello alla carità  del lettore perché vengano accolte con benevolenza. In fondo, davanti a Dio, siamo tutti dei bambini bisognosi di imparare a parlare l'unica lingua che si parli nel suo Regno, la lingua dell'amore.

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