Meditazioni sul Vangelo

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La parabola dei talenti - 1

LA PARABOLA DEI TALENTI - Ia PARTE

(Mt 25, 13-30 || Lc 19, 11-28)

Dice don Divo Barsotti: “Il vangelo cosa difficile a capirsi oltrech a praticarsi”; e Santa Teresina di Lisieux, dottore della Chiesa, rincara la dose: “Oh, gl’insegnamenti di Ges, come sono contrari ai sentimenti della natura! Senza il soccorso della grazia sarebbe impossibile non solamente metterli in pratica, bens anche capirli” (Man C 1, 301). La Sacra Scrittura poi non dice certo il contrario, infatti ci avverte: I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (Is 55, 8-9).

Un compito difficile

Quindi, siccome le parabole esprimono vari aspetti del pensiero di Dio, cercare di comprendere una parabola un compito che fa tremare i polsi, soprattutto se non si vogliono evitare certi aspetti paradossali e sconcertanti che nella Parola di Dio non mancano mai. Il compito veramente arduo senza il soccorso della grazia, anche perch assomigliamo un po’ alle talpe che vivono sempre sottoterra, se si affacciano alla luce del sole questa da loro fastidio, cos vedono meno della met di quello che c’ da vedere e quello che vedono pure confuso.

Perch allora impegnare tempo e fatica per comprendere le parabole se la fatica tanta e l’esito incerto? Perch un giorno verr in cui dovremmo regolare i conti con un padrone che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso e l’esito della verifica non affatto scontato che sia secondo le nostre superficiali e ottimistiche aspettative; l’esito dipender dal nostro impegno nel far fruttare i talenti ricevuti, ma anche una parabola un talento che abbiamo ricevuto in dono ed bene cercare di farlo fruttare.

Il fatto di esistere richiede inoltre che si cerchi il senso dell’esistenza che ci stata data, ma questo senso non lo possiamo trovare se non ci rivolgiamo a colui che ha dato l’esistenza a tutto ci che esiste. Le parabole sono allora un aiuto potente offerto agli uomini perch possano scoprire il senso del loro esistere, il senso che secondo il pensiero di Dio, non quello elaborato dalle nostre incerte e strampalate filosofie.

Tutti abbiamo una filosofia, perch tutti governiamo la nostra esistenza in base a ci che di essa ci sembra di capire, secondo ci che riteniamo giusto o sbagliato e in vista delle mete che vogliamo raggiungere. Ora, la nostra comprensione della vita pu essere pi o meno in accordo con il progetto di Colui che ha voluto il mondo e le sue leggi; pi i nostri pensieri sono in disaccordo con i pensieri di Dio, pi andremo incontro a spiacevoli e dolorose sorprese, quindi saggio fare il possibile per cercare di comprendere i pensieri, i gusti, i comportamenti, le ironie di Dio. La cosa possibile perch lui a tutti, secondo le capacit di ciascuno, dona i suoi beni; nessuno potr lamentarsi nel giorno della resa dei conti, perch ognuno ha quanto occorre perch a suo tempo possa prendere parte alla gioia del suo padrone.

Ci che non vorremmo sentire

Purtroppo, la parabola dei talenti dice anche ci che le nostre orecchie preferirebbero non sentire, ossia che non tutti fanno buon uso dei beni ricevuti e per questo non potranno, per loro colpa, prendere parte alla gioia del loro padrone. Questo aspetto della parabola generalmente trascurato e poco approfondito, il che molto male perch se del progetto di Dio non consideriamo il problema della possibile perdizione o dell’inferno, difficile che ci attiveremo per evitare questa possibilit. Ora la parabola mostra che un servo, quindi ognuno di noi, quando il padrone ritorna dopo molto tempo per chiedere conto dell’operato di tutti, pu rivelarsi di fatto malvagio, pigro, inutile; e la sorte di chi si trova in questo stato di essere gettato fuori nelle tenebre dov’ pianto e stridore di denti.

Ma prima di proseguire nelle riflessioni riassumiamo brevemente la parabola che troviamo nel vangelo di Matteo.

Dei servi ricevono dal loro padrone una certa somma di denaro, poi il padrone parte e se ne va lontano per molto tempo. Ritorner, ma non precisa il giorno. Quando ritorna esamina i servi sul loro operato; dall’esame emerge che alcuni hanno operato bene in quanto hanno fatto rendere e aumentato il capitale, ma uno non ha fatto nulla per aumentare il capitale, anzi si impegnato a fondo per renderlo improduttivo; gli uni ricevono allora un premio al di l delle loro attese, mentre chi non ha operato bene severamente punito, espulso dalla casa del padrone. Infine, il talento recuperato da chi non lo aveva fatto fruttare e dato a chi aveva dieci talenti.

Cos stanno le cose secondo il progetto di Dio, questo il senso della vita dell’uomo e ci che Dio si aspetta da noi. Il guaio che questo progetto rischia di non essere troppo gradito. A questo proposito il cardinale Giacomo Biffi osservava: “Gli ascoltatori che rifiutano l’annuncio evangelico, di solito non perch non lo capiscono; perch non gli piace”. Ma che cos’ che pu non piacere nella parabola su cui stiamo riflettendo?... Ad esempio, il fatto di essere servi, perch ogni servo ha necessariamente un padrone, il che significa dover accettare di essere secondi e non primi, significa dipendere in tutto dalla volont di un altro; noi invece vorremmo essere primi e non secondi, vorremmo fare sempre di testa nostra e non ubbidire alla volont di un altro. inoltre normale che a dei servi siano richiesti compiti che sono a volte molto contrari alla loro volont. Un altro aspetto che pu essere sgradito quello di dover affrontare un esame; se poi siamo avvisati che c’ anche la possibilit della bocciatura, il nostro disagio aumenta ancora. Altra cosa che non ci piace la severit della punizione per chi non supera l’esame; noi, che ci illudiamo di essere discretamente buoni e misericordiosi, vorremmo rinnovare all’infinito la possibilit di un esame di riparazione in modo che tutti si possano salvare, ma questo dimostra solo che non comprendiamo n la giustizia dell’esaminatore, n la gravit della colpa di chi non supera l’esame, n la grandiosit del progetto di Dio; se poi ci attacchiamo troppo ai nostri giudizi, rischiamo di scivolare a poco a poco nella disubbidienza e nella ribellione. Allora il Signore insiste nel suo avvertimento: “State attenti, siate ubbidienti, perch i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie”

Il rischio di un malinteso

C’ in noi una tendenza molto pi grave di quello che immaginiamo, ed quella di voler forzare i pensieri di Dio in modo che si adattino ai nostri corti pensieri; si genera allora un malinteso e una lotta drammatica fra Dio e noi. L’evangelista Luca nel raccontare la stessa parabola mette chiaramente in evidenza questo dramma. L il Signore dice che il padrone era un uomo di nobile famiglia destinato a diventare re, ma c’erano dei cittadini che non volevano affatto avere un re, ed erano tanto determinati e ostinati da esprimere pubblicamente la loro contrariet, mandarono dietro di lui una delegazione a dire: ‘Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi’. Il Signore precisa che tale iniziativa era frutto del loro odio: I suoi cittadini lo odiavano. A tanto pu giungere la malvagit di chi non accetta la regalit di Cristo, di chi non accetta di vivere secondo le sue leggi, ma vuole assolutamente vivere secondo le proprie leggi.

Tutti siamo chiamati a una scelta fondamentale: voglio vivere secondo un mio progetto di vita oppure voglio accogliere il progetto di Dio? Il Signore ci invita ad essere saggi e a scegliere bene, altrimenti assomigliamo a quel re che con diecimila uomini vuole vincerne uno che ne ha ventimila, se insiste nella sua stoltezza andr incontro a una sconfitta certa; la sconfitta certa la morte eterna: E quei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me (Lc 19, 27).

Sono parole dure dette da Ges nel Nuovo Testamento, parole che dovrebbero suscitare un certo disagio e un certo timore, ma noi che vogliamo ad ogni costo fuggire i disagi e non abbiamo il coraggio di affrontare il timore provocato da certe parole, ci illudiamo di rimediare al disagio trascurandolo o tappandoci le orecchie per non sentire certi discorsi. Chi adotta questi atteggiamenti assomiglia al servo che per paura va a nascondere sottoterra il talento ricevuto, perch rende inefficace la luce contenuta nella Parola di Dio, ma quando ritorner il padrone saranno i nostri poveri stratagemmi a rivelarsi inefficaci.

Cosa si aspetta il padrone dai suoi servi

Proviamo ora a riflettere sugli aspetti meno problematici della parabola, ossia su come dovrebbe normalmente comportarsi chi riceve un dono e un compito dal suo padrone. Dando ai servi i suoi beni il padrone si aspetta che questi dopo un certo tempo aumentino; la cosa accadr se i servi si impegneranno a farli crescere; pi intelligenza e impegno metteranno pi riusciranno a moltiplicare i beni ricevuti. Il risultato dipende quindi sia dall’impegno dei servi, sia dalla quantit dei beni ricevuti.

bene considerare inoltre che i beni del padrone come se contenessero un dinamismo e delle potenzialit simili ai semi, e come i semi chiedono di svilupparsi, di espandersi, di crescere. Questo l’andamento normale della vita umana e tutti lo possiamo facilmente constatare.

Ognuno di noi nasce in una famiglia dotata di un certo numero di beni, la famiglia poi risiede in un territorio e in una nazione che offre opportunit e risorse pi o meno grandi, accade cos che a partire dalle risorse a disposizione, ognuno attiva intelligenza ed energie per migliorare la propria condizione di vita.

Questa legge della crescita presente ovunque c’ vita. Ad esempio, l’aumento delle conoscenze scientifiche nella fisica, nella chimica, nella biologia produce effetti stupefacenti nella realizzazione e diffusione di soluzioni tecnologiche sempre pi utili e ingegnose. Non molto tempo fa non avevamo n la luce, n l’acqua in casa, ora abbiamo molto di pi; abbiamo la possibilit di vedere ci che accade in tutto il mondo, di andare facilmente in tutto il mondo, di comunicare con tutto il mondo, di usufruire di beni prodotti in tutto il mondo

Il problema del vero bene dell’uomo

Vediamo in questo esempio una propriet del bene quando cresce, esso tende a diffondersi cos che un numero sempre maggiore di persone possa goderne. La parabola dice allora che ad ogni uomo, secondo le sue capacit e secondo la quantit dei doni ricevuti, data la possibilit di far crescere il bene intorno a s. Il compito dell’uomo espresso in questi termini ottiene generalmente ampio consenso. Le cose si complicano, e di parecchio, quando ci chiediamo: ma che cos’ il vero bene dell’uomo? La risposta si pu dividere in due parti, la prima abbastanza semplice, ma la seconda molto meno.

sicuramente chiaro e semplice per tutti constatare che bene per l’uomo avere cibo per nutrire il corpo, vestiti per coprirlo, una casa per proteggerlo e un lavoro che consenta di procurarsi e produrre questi beni. Ma l’uomo non solo corpo, ha anche una parte spirituale molto pi misteriosa, e questa ha esigenze che richiedono non poca intelligenza e fatica per essere soddisfatte. Occuparsi della parte spirituale dell’uomo per un’impresa che non molti intraprendono e una volta intrapresa non molti perseverano fino alla fine. Dobbiamo Allora chiederci, ma in che cosa consiste questa impresa? Per cercare la risposta possiamo guardare qualcuno che perseverando ha terminato con successo l’impresa. Chi possiamo guardare? - Simeone - E chi costui? Uno che giunto al termine della vita, e non prima, ha potuto esclamare: “Ora la mia impresa terminata, solo ora la mia vita acquista un senso pieno, perch i miei occhi hanno visto la tua salvezza, hanno visto la luce del mondo”. “I miei occhi hanno visto”, ecco un’esigenza fondamentale della nostra parte spirituale: vedere.

Come gli occhi fisici vedono tutte le cose intorno a noi, cos la nostra intelligenza ha un bisogno vitale di conoscere la verit di tutte le cose, ha un bisogno vitale di ricercare “il senso di tutto ci in cui si imbatte”, perch “senza un significato”, alla lunga “diventa insopportabile anche il piacere”, come efficacemente osservava il cardinale Giacomo Biffi.

Possiamo cos dire che un aspetto dell’impegno richiesto per aumentare i beni ricevuti, consiste nel cercare seriamente il senso di ogni cosa. In primo luogo, il senso del mistero che ognuno di noi ; ossia il senso dei paradossi che, pi o meno consapevolmente, ci interpellano e ci inquietano perch resistono a troppo facili soluzioni. Ad esempio, come conciliare la nostra aspirazione alla vita e la certezza della morte? Come conciliare il nostro desiderio di infinito per cui mai niente ci basta, con l’esperienza del limite e della noia? Perch la pienezza di vita o di felicit a cui aspiriamo sempre ci sfugge? Perch scopriamo di essere cattivi pur volendo essere buoni? Perch invece del trionfo della giustizia vediamo prevalere la furbizia, la mediocrit, la corruzione? Perch i malvagi godono e i buoni soffrono? Perch il male assume a volte proporzioni intollerabili?...

Di fronte a questi interrogativi, rischiamo di fare come il servo malvagio della parabola se per paura li andiamo a nascondere sottoterra, ma non sar possibile nasconderli sempre, un giorno verr in cui saranno riportati in piena luce.

Uno dei motivi per cui la realt complessa perch opera di Dio, e le opere di Dio non sono opere di poco valore, non sono opere scontate e immediatamente comprensibili, se per facciamo qualche sforzo per comprenderne l’altezza, l'ampiezza, la profondit, il fine, allora rendiamo omaggio a Dio, perch il nostro impegno dice che la sua opera non ci indifferente. A questo proposito il card. Giacomo Biffi osserva: “Pensare pi che altro anelare alla verit; pi che altro implorare la luce. Pensare, in fondo, pregare”.

Ma senza una ricerca seria e personale sul mistero dell’esistenza non troveremo mai delle risposte, Ges e le sue parole non ci diranno assolutamente nulla e il vangelo rimarr un libro sigillato, per questo il Signore ci supplica: Chiedete e vi sar dato, cercate e troverete, bussate e vi sar aperto. Perch chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sar aperto (Mt 7, 7-8). Troppo presto ci illudiamo di capire la vita e di comprendere il cristianesimo, ricordiamoci di Simeone, solo alla fine dei suoi giorni gli stato dato di “vedere”. Prima bisogna trafficare i talenti, prima dobbiamo dimostrarci fedeli nel poco perch il Signore possa darci potere su molto.

Prima il poco, poi il molto

Ma che cos’ questo poco e che cos’ questo molto? Seguendo lo sviluppo della riflessione possiamo dire che il poco il tempo delle domande o della ricerca, e il molto il tempo delle risposte; il poco il tempo del travaglio e il molto il tempo del premio; il poco il tempo dell’imperfezione e della tensione verso un qualcosa di pi che non sappiamo precisare, e il molto il tempo in cui il Signore ci riveler e ci dar ci per cui siamo stati pensati; ma non pu esserci premio senza fatica, non pu esserci risposta senza domanda, e non pu esserci pienezza di vita senza anelito alla vita. Le risposte che ora possiamo trovare sono vere risposte nella misura in cui aprono a domande ancora pi profonde; la bellezza che riusciamo a trovare, il bene che riusciamo a ricevere e a diffondere sono solo primizie, stimoli, segnali per spingerci a desiderare molto di pi.

Ascoltiamo in proposito la parola di un maestro: “La vita presente non la vita della realizzazione. Viviamo soltanto per imparare a desiderare la vita”. E a proposito della conoscenza: “Il cristiano deve sempre sapere che ogni formulazione del mistero che affidata alla Chiesa, soltanto appena un accenno” (don Divo Barsotti).

bene riflettere e assimilare queste cose per non illuderci e confondere i tempi; per non confondere la premessa con la conclusione, per non pretendere dall’imperfezione degli inizi ci che riservato alla perfezione della fine in cui godremo quelle cose che occhio non vide, n orecchio ud, n mai entrarono in cuore di uomo (1Cor 2, 9).

Il segno che stiamo trafficando bene i talenti della nostra intelligenza quando crescere la consapevolezza della vastit dei misteri in cui siamo immersi, per cui, pi comprendiamo e meno comprendiamo. “La migliore conoscenza di Dio questo senso, questo riconoscimento di una nostra ignoranza” (don Divo Barsotti). Detto ancora in altri termini: quando i nostri interrogativi giungono a essere tali da non ammettere altra risposta se non la visione di Dio, allora stiamo procedendo bene, perch la risposta al nostro anelito alla Verit sar: servo buono e fedele prendi parte alla gioia del tuo padrone.

Brevi riflessioni

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Meditazioni

Consapevole che le meditazioni proposte non sono che incerti balbettii, faccio appello alla carit del lettore perch vengano accolte con benevolenza. In fondo, davanti a Dio, siamo tutti dei bambini bisognosi di imparare a parlare l'unica lingua che si parli nel suo Regno, la lingua dell'amore.

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