Meditazioni sul Vangelo

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Med. br146

Operai dell’ultima ora (Mt 20, 1-16)

Operai ultima ora

La parabola degli operai, chiamati in diverse ore del giorno a lavorare in una vigna, sembra fatta apposta per scombussolare le nostre idee e per suscitare interrogativi sul comportamento di Dio nei confronti dell'uomo. È una parabola di cui non è facile cogliere l’insegnamento, perché siamo disorientati dal comportamento di un padrone che non agisce come ci aspetteremmo. Infatti, esce all’alba, verso le nove, verso mezzogiorno, verso le tre e verso le cinque, a cercare operai per la sua vigna; sorprendentemente però, al termine della giornata paga con un denaro sia quelli che hanno lavorato un'ora soltanto, sia quelli che hanno lavorato tutto il giorno. Giustamente questi protestano. Ma il padrone risponde che dei suoi beni è libero di fare ciò che vuole. Anche se non fa torto agli operai, perché ricevono quanto avevano convenuto, tuttavia, questo comportamento lascia una sensazione di ingiustizia. Il cardinale Giacomo Biffi dice che “È un padrone strano, capriccioso, poco probabile e - per dirla con chiarezza - francamente antipatico”. La conclusione del racconto è piuttosto enigmatica: Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi. L'intenzione della parabola è di farci conoscere qualche aspetto del Regno dei cieli, in questo caso mostra come Dio retribuisce chi lavora per lui. Siamo contenti di lavorare per un padrone così? È poco saggio rispondere subito di sì.

Difficoltà di comprensione

La difficoltà di comprensione è data dal fatto che il padrone si comporta in modo sconcertante sia verso i primi chiamati, sia verso gli ultimi, ma se verso questi mostra una magnanimità e una benevolenza al di là di ogni attesa, il suo comportamento verso i primi appare evidentemente ingiusto. Ora, il senso o sentimento di giustizia è qualcosa che Dio stesso ha posto nel cuore dell'uomo. Per cui, tutti desideriamo che venga premiato chi si comporta bene e punito chi si comporta male. Chi studia è giusto che prenda un bel voto e chi non studia un brutto voto, sentiamo inoltre ripugnanza verso il comportamento di chi, in modo disonesto, riesce a prendere un bel voto pur non avendo studiato. Allo stesso modo, non approviamo i disonesti che riescono nella vita, e ci dispiace se gli onesti ottengono meno del dovuto.

È vero che un padrone può fare dei suoi beni quello che vuole, ma un padrone che non fa le cose giuste non è un buon padrone e non lascia di sé una buona impressione. È anche vero che i primi ricevono quanto avevano concordato, ma per il senso di giustizia è implicito che chi lavora di più guadagni di più e chi lavora di meno guadagni di meno. Se un denaro è la giusta paga per una giornata di lavoro, mezzo denaro è la giusta paga per chi lavora mezza giornata. La protesta dei primi sembra quindi del tutto corretta e non meritevole di rimprovero. Si potrebbe dire che ai primi è toccata una doppia sfortuna: quella di aver faticato tutta la giornata e quella di essere stati trattati come coloro che hanno lavorato un'ora soltanto. Agli ultimi invece è toccata una doppia fortuna: quella di aver lavorato poco e quella di aver guadagnato molto, molto di più delle loro attese. Se così stanno le cose, meglio essere ultimi che primi.

Considerando il racconto da vari punti di vista vediamo che il comportamento del padrone fa contenti gli ultimi, scontenti i primi, e lascia perplessi gli osservatori esterni. La perplessità è dovuta al fatto che è impossibile conciliare il duplice volto del padrone: quello che rivela la sua magnanimità e quello che lascia un'impressione di immotivata ingiustizia. Qual è allora il vero volto del padrone? Questa è una domanda che a volte, più o meno confusamente, affiora nei confronti di Dio. Qual è il suo vero volto? Quale volto incontrerò quando sarà passata la scena di questo mondo? Incontrerò un Dio buono e misericordioso o un giudice severo?

Nei confronti di questi interrogativi sono possibili vari atteggiamenti, il peggiore è quello di chi li reprime, oppure cerca scuse dicendo che i veri problemi sono altri. Un altro atteggiamento da evitare è quello di dire troppo presto: “Ho capito”, oppure di adeguarsi in modo servile alle decisioni del padrone. Quando si indaga sulle "parole di Dio", e tutto ciò che esiste è in fondo una parola di Dio, c'è da aspettarsi che le cose siano molto più meravigliose e profonde di quello che riusciamo a cogliere a prima vista. Ma scoprire meraviglie comporta un certo impegno.

Ricerca del senso…

Per cercare il senso profondo della parabola potremmo partire dall'affermazione finale di Gesù: Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi. Ora, nella parabola, non c'è nessuno più ultimo di chi ha lavorato un'ora soltanto, e non c'è nessuno più primo di chi ha lavorato fin dal mattino. Allora, Gesù vuol forse insegnare uno stratagemma per riuscire a cavarsela facendo il meno possibile? Che cosa c'è negli ultimi di così prezioso da farli diventare primi agli occhi di Dio, e che cosa c'è nei primi di così pericoloso da rendere necessario per loro un cammino verso l'ultimo posto?… C'è in effetti negli ultimi una cosa preziosissima, ed è una duplice consapevolezza: quella per cui sanno di non meritare quanto il padrone dona loro, e quella per cui sanno che tutti coloro che li hanno preceduti nel lavoro meritano senz'altro più di loro. Ecco l'atteggiamento di umiltà che apre le porte del regno di Dio.

I primi invece non hanno questa duplice consapevolezza perché, avendo incominciato a lavorare fin dal mattino, pensano di meritare quanto viene loro dato e di meritare di più rispetto ad altri. Questa presunzione di meritare qualcosa nei confronti di Dio e di meritare di più rispetto ad altri, è contraria allo spirito di umiltà richiesto per funzionare come si deve nel Regno di Dio; di qui la necessità per i primi di diventare a loro volta ultimi; se accettano di compiere questo cammino, anche loro riceveranno molto di più di quanto potrebbero sperare. Da notare che diventare ultimi, non è facoltativo, ma è necessario per tutti, il Signore dice infatti che: gli ultimi saranno primi, ma i primi [saranno] ultimi.

Scopriamo così nella parabola l'atteggiamento che ci rende graditi agli occhi di Dio e scatena la sua generosità. Questo atteggiamento è l'umiltà che ci fa contenti, sia di essere ultimi, sia di considerare tutti gli altri più meritevoli di noi. Possiamo ancora osservare che negli ultimi, proprio perché ricevono molto di più di quanto potevano sperare, sorgono sentimenti di gratitudine e di amore verso il padrone molto maggiori di quelli che sorgono in chi ritiene di meritare il suo salario. Sorgono infine sentimenti di umiltà anche nei confronti dei compagni di lavoro perché, avendo lavorato poco, non potrà mai passare loro per la testa di considerarsi più meritevoli degli altri, quindi, è per loro normale sentirsi poco considerati, o ignorati da tutti.

Il rischio che corrono i primi invece, è quello di ritenersi superiori, di non essere troppo benevoli e disprezzare chi, per vari motivi, non può dare molto, anzi, può dare solo un'ora di lavoro. Rischiano inoltre di essere ingrati credendo di meritare quanto ricevono. La parabola mostra invece il volto buono di un padre che vuole dare molto anche a chi riesce a dare solo poco, e questi siamo tutti noi.

Anche in un’altra occasione Gesù aveva detto: Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti (Mr 9, 35). Possiamo considerare queste parole “sull’ultimo posto” come un invito a prendere coscienza della nostra reale posizione davanti a Dio. La nostra risposta all'amore di Dio, per quanto facciamo, sarà sempre inadeguata e insufficiente, così come la nostra fede e la nostra speranza. Noi rispondiamo all’amore di Dio come chi, in una giornata, riesce a lavorare un'ora soltanto, siamo tutti operai dell'ultima ora.

L’estrema povertà dei nostri meriti

C'è un'orazione della Messa che molto opportunamente invita a prendere coscienza della nostra povertà, essa dice: “All'estrema povertà dei nostri meriti, supplisca l'aiuto della tua misericordia”. Ecco perché non c'è ingiustizia verso nessuno, nessuno infatti riceve quello che merita, ma tutti, per la bontà del padrone, riceviamo molto di più di quanto meritiamo. Siamo tutti molto fortunati proprio perché il padrone è molto “ingiusto” verso di noi, in quanto non ci retribuisce secondo i nostri meriti, ma secondo la sua bontà.

Se tutti siamo operai dell'ultima ora, non tutti ne siamo ugualmente consapevoli; ci sono vari gradi di consapevolezza che dipendono dal nostro progresso nelle vie di Dio. Tali gradi li possiamo vedere rappresentati nei vari gruppi che durante la giornata lavorano più o meno a lungo. Nei gruppi delle ultime ore è più forte la consapevolezza di non meritare gran ché come retribuzione, ed è a loro chiaro che, nella vigna del Signore, tutti meritano più di loro; questa consapevolezza è massima negli ultimi e molto debole o quasi inesistente nei primi, ecco perché questi sono invitati a diventare ultimi.

Quando il Signore, lasciando tutti stupefatti, afferma che i pubblicani e le prostitute vi passeranno avanti nel Regno di Dio (Mt 21, 31), o nella parabola invita al banchetto poveri, storpi, ciechi e zoppi... (Lc 14, 21) o accoglie in Paradiso il buon ladrone (Lc 23, 39-43), manifesta e applica la logica piuttosto strana che governa le cose nel Regno di Dio. Come abbiamo visto, secondo questa logica più uno è povero, misero e debole, più è consapevole di non meritare nulla e di essere l'ultimo di tutti, più è gradito agli occhi di Dio, il quale non aspetta altro per manifestare la sua misericordia e la sua generosità.

Nessuna prostituta può ritenersi degna del Regno di Dio, nessun poveraccio può aspirare a partecipare a un banchetto regale, e il buon ladrone si riteneva degno soltanto del castigo che subiva; eppure, proprio queste povertà e queste miserie, se vengono raggiunte dalla grazia, possono generare un'umiltà priva di arroganza capace di affascinare il cuore di Dio, e indurlo a colmare al di là di ogni attesa queste povertà.

L'insegnamento dei maestri

Per concludere, integrare e confermare le cose dette ascoltiamo l'insegnamento di due autorevoli maestri. Sul fatto di essere una perdonata santa Teresina di Lisieux dichiara: “Io non ho dunque alcun merito per non essermi abbandonata all'amore delle creature, poiché da esso fui preservata per grande misericordia del Signore! Riconosco che senza lui avrei potuto cadere in basso quanto santa Maddalena... Lo so, colui al quale si rimette meno, ama meno, ma so anche che Gesù mi ha rimesso più che a santa Maddalena perché mi ha rimesso in anticipo impedendomi di cadere... Se il mio cuore non fosse stato innalzato verso Dio fin dal primo risveglio, se il mondo mi avesse sorriso fin dal mio entrare nella vita, che sarei diventata?” (Man A 119-120, 124).

Dice ancora Teresina: “Ahimè! Quando mi riporto al tempo del mio noviziato vedo quanto ero imperfetta... Più tardi, senza dubbio, il tempo attuale mi parrà ancora pieno d'imperfezioni, ma ora non mi stupisco più di nulla, non mi affliggo vedendo che sono la debolezza stessa, al contrario, in essa mi glorio (2 Cor 12, 5) e mi aspetto giorno per giorno di scoprire in me nuove imperfezioni” (Man C 294). Scoprire in noi nuove imperfezioni è la scala che ci fa scendere verso l’ultimo posto.

E don Divo Barsotti: “Nonostante la mia povertà, nonostante che abbia sciupato tutta la vita, vivendo solo di desiderio una vita fiacca e vuota di amore, dammi di credere alla tua Misericordia. Sono ormai alle soglie della morte, vedo come avrei dovuto impegnarmi e come di fatto non ho saputo far nulla per te” (Diario Figli nel Figlio p. 96). E ancora. “Quando penso che è vicina la morte mi vorrebbe prendere lo sgomento. Ho rovinato tutto, mi sento povero e nudo. Eppure sento che lo sgomento è ancora frutto di amor proprio. Dio può in poco tempo riparare non solo col perdono, ma col realizzare in me quello che io non ho fatto” (Diario p. 123). E il padrone che considera il lavoro di un'ora come se fosse il lavoro di un'intera giornata, autorizza questa speranza.

Sull'atteggiamento da avere nei confronti dei fratelli dice ancora Barsotti: “Non solo accettare, ma anche godere che gli altri siano migliori di te e abbiano maggiore successo” (Diario p. 101). Sulla sua povertà Teresina confessa. “L'Onnipotente ha fatto grandi cose nell'anima di colei che è figlia della sua divina Madre, e la più grande è di averle mostrato la sua piccolezza, la sua impotenza” (Man C 274). E Barsotti: “È la mia miseria che attira il suo amore. La conoscenza viva e dolorosa della mia povertà non fa che accrescere la mia fiducia. Non è presunzione: il vuoto della creatura attira irresistibilmente la grazia” (Diario p. 132).

La Santa Vergine insegni anche a noi i segreti dell’umiltà che ha imparato da suo Figlio.

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Consapevole che le meditazioni proposte non sono che incerti balbettii, faccio appello alla carità  del lettore perché vengano accolte con benevolenza. In fondo, davanti a Dio, siamo tutti dei bambini bisognosi di imparare a parlare l'unica lingua che si parli nel suo Regno, la lingua dell'amore.

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