Meditazioni sul Vangelo

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Il fico maledetto

LINGIUSTA(!?) MALEDIZIONE DEL FICO

(Mc 11, 12-25 || Mt 21, 18-19)

Siamo verso la fine della vita terrena di Ges; dopo il suo ingresso trionfale a Gerusalemme sul dorso di un asino, gli evangelisti Matteo e Marco raccontano un episodio molto strano e sorprendente che ha lasciato stupiti (Mt 21, 20) i discepoli di allora e dovrebbe stupire anche quelli di oggi. Un mattino Ges, con quanti lo seguono, si incammina da Betania verso Gerusalemme e: mentre uscivano da Betania ebbe fame (Mc 11, 12). Conviene subito osservare che piuttosto strana questa fame gi al mattino e dopo aver fatto poca strada. Betania infatti dista da Gerusalemme meno di tre chilometri (Gv 11, 18). E poi, se Ges aveva fame poteva provvedere prima di partire. Le stranezze, di cui la Sacra Scrittura piena zeppa, sono un segnale importante da non trascurare per almeno due motivi: il primo che proprio indagando, ruminando e chiedendo luce sulle stranezze corriamo poi il rischio di ricevere in dono i frutti saporosi nascosti nella parola e nel progetto di Dio. Il secondo motivo che le stranezze hanno il compito di non lasciarci tranquilli e di invitarci a non accontentarci di spiegazioni superficiali o insufficienti; ci invitano ad approfondire, a desiderare di capire meglio e a pazientare magari per anni e anni, o anche secoli e secoli, prima di trovare quella spiegazione o quella luce che finalmente rallegra, pacifica o risveglia il nostro cuore. Le stranezze ci suggeriscono anche che siamo immersi in una storia e in un progetto pensati da una mente divina, e sarebbe da parte nostra una presunzione o uningenuit pretendere di capire in poco tempo questo progetto; inoltre la sua comprensione piena, soddisfacente e definitiva non per questo mondo; qui vediamo come in uno specchio, in maniera confusa (1 Cor 13, 12), camminiamo nella fede e non ancora in visione (2 Cor 5, 7).

Verso Gerusalemme

Ges dunque ha fame, gi al mattino, sulla strada che conduce da Betania a Gerusalemme. Vedendo nelle vicinanze un fico con delle foglie gli si avvicina sperando di trovare anche dei fichi, ma non ne trova, trova solo foglie; maledice allora il fico dicendo: Mai pi in eterno nasca un frutto da te (Mt 21, 19). Poi Ges con i suoi prosegue verso Gerusalemme, dove scaccer quelli che vendono e comprano nel tempio. La sera ritorna a Betania con i discepoli per passarvi la notte. Quando il mattino seguente ritorna a Gerusalemme, Pietro si accorge che il fico seccato fin dalle radici (Mc 11, 20) e, stupito, interroga il Signore, il quale coglie loccasione per dare alcuni insegnamenti. Questo lordine con cui Marco descrive lepisodio, Matteo invece lo riassume in un solo momento e lo colloca dopo la cacciata dei venditori dal tempio. Sul fatto che il fico non aveva fichi, Marco fa unosservazione formidabile sulla quale dovremo riflettere.

Come gli antichi profeti

Se consideriamo solo il racconto di Matteo potremmo provare a comprendere lepisodio nel modo seguente. Il fatto che Ges abbia fame gi al mattino e dopo aver fatto poca strada, sta ad indicare che in realt non di una fame materiale o fisica che si tratta, ma piuttosto di una fame spirituale, una fame di fede e di amore. Ges infatti da alcuni anni stava percorrendo la Casa di Israele illuminando le menti con la sua predicazione, guarendo ogni malattia in modo miracoloso, chinandosi su ogni miseria con delicatezza e amore, suscitando nei cuori prospettive di vita eterna; in una parola, facendo per gli uomini ci che nessun altro aveva mai fatto. Ges amava ogni categoria di persone come nessun altro le aveva mai amate. Ora lamore, per sua natura, ha bisogno di una risposta damore per essere perfetto, ed di questa risposta che Ges ha fame. Ma il guaio e il dramma era che troppi in Israele non rispondevano allamore con lamore; allora Ges, alla maniera dei profeti, compie unazione simbolica che rappresenti questo dramma, in modo che la sua azione si imprima indelebilmente nella mente di chi assiste alla scena, cos da indurre a meditare attentamente sulla seriet del suo amore e sulla gravit di ci che accade se non si risponde a questo amore. Il rischio una maledizione e una sterilit senza rimedio.

Losservazione di Marco

Se ci fosse solo il racconto di Matteo questa spiegazione potrebbe funzionare abbastanza bene ed essere sufficiente. Ma c Marco che con una piccola e candida osservazione viene a complicare terribilmente le cose. Osserva infatti Marco che se Ges non trova dei fichi perch non era la stagione dei fichi (Mc 11, 13). Penso che dovremmo cogliere qui un invito a non fuggire, o evitare, o tacere la verit, anche se questa ci mette implacabilmente di fronte a difficolt grandi come una montagna. Per coloro che vogliono seguire Ges - proprio perch Ges anche Dio, conosce da Dio, ama da Dio, pensa da Dio - le difficolt grandi come una montagna sono il pane quotidiano. Noi invece, in parte siamo ciechi e non ci rendiamo conto delle difficolt o delle stranezze o delle enormit presenti nella vita in generale e nel cristianesimo in particolare, in parte ci illudiamo di riuscire a cavarcela facendo finta di niente, girando alla larga dalle difficolt o, come ha detto qualcuno, cambiando il vino della Parola di Dio in acqua. Don Divo Barsotti, che per tutta la vita ha scrutato la Sacra Scrittura e i misteri della vita, dice che Il vangelo cosa difficile a capirsi oltrech a praticarsi. Forse sarebbe ancora meglio dire che impossibile a capirsi e a praticarsi; quanto afferma senza esitazioni il santo dottore di Lisieux: Oh, glinsegnamenti di Ges, come sono contrari ai sentimenti della natura! Senza il soccorso della grazia sarebbe impossibile non solamente metterli in pratica, bens anche capirli (Man. C 1, 301). E allora? Allora proprio nellinsegnamento collegato allepisodio del fico Ges ci dice: Abbiate fede in Dio! In verit vi dico: se uno dicesse a questo monte: Lvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ci gli avverr. Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadr (Mc 11, 21-24). Se Ges propone ai suoi discepoli limmagine di un monte che deve essere gettato in mare, perch sa che proprio di questa natura sono gli ostacoli che incontreremo seguendo lui da Betania a Gerusalemme. E un esempio labbiamo proprio nella difficolt di comprendere il suo comportamento nei confronti del fico senza fichi. Anche il salmo 26 ha unimmagine sorprendente e in qualche aspetto simile a quella del monte da gettare in mare dove dice: Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme, se contro di me si scatena la guerra, anche allora ho fiducia (Sal 26, 3). A questo siamo chiamati: a spostare le montagne e a non temere anche se ci troviamo soli a combattere contro un esercito. Nei confronti di queste parole normale provare uno stupore e uno sgomento simili a quelli dei discepoli di fronte al fico fatto seccare perch non aveva fichi, e lo sgomento perch non era la stagione dei fichi, perch non abbiamo una fede capace di spostare le montagne, perch di solito abbiamo paura di pericoli molto minori di un esercito schierato a battaglia; in certi momenti potremmo aver paura anche di una giovane portinaia (Gv 18, 17). Questi esempi o queste situazioni hanno una cosa in comune: ci mettono di fronte a qualcosa di impossibile. La difficolt, grande come una montagna, nellepisodio del fico che per sua natura un fico non pu produrre fichi quando non la stagione dei fichi e quindi ingiusto punire chi, per natura, non pu dare quanto gli viene chiesto: allora chiaro come il sole che Ges ha compiuto uningiustizia facendo seccare il fico; giustamente i discepoli rimangono stupiti e perplessi. Questo un momento tipico e critico che i credenti prima o poi incontrano sul loro cammino, il momento in cui si ha levidenza che Dio agisce ingiustamente nei nostri confronti, o nei confronti delle persone che amiamo, o nel governo delle vicende umane, o che ci stia chiedendo ci che non possiamo dare. il momento della prova della fede, il momento in cui, contro ogni evidenza, siamo invitati a fidarci comunque di Dio. Possiamo pensare al sacrificio di Abramo, a Giobbe, a Giuseppe quando scopre la gravidanza di Maria, a Maria ai piedi della croce, a ogni credente quando riceve Ges nel sacramento dellEucaristia, alle sorelle Marta e Maria quando Ges, pur pregato da persone amiche, non viene a guarire il loro fratello Lazzaro Ora, lepisodio del fico sollecitato a produrre dei fichi anche quando non la stagione dei fichi, serve a rappresentare e a manifestare una caratteristica fondamentale della vita cristiana. La vita cristiana infatti una vita chiamata a essere feconda, a produrre frutti, non per virt naturali ma in virt della grazia, grazia che ci viene offerta da Ges quando si avvicina per manifestarci il suo amore. Se Ges vuole dei fichi quando impossibile che ci siano dei fichi perch, grazie a lui, limpossibilit naturale pu essere superata mediante la sua potenza soprannaturale. Grazie a me si trova frutto dice il Signore nel libro di Osea (Os 14, 9). La vita cristiana una vita che deve funzionare non secondo le leggi della natura, ma secondo le leggi della grazia, e una legge fondamentale della grazia che ci che non possibile per natura possibile per grazia. In tutta la Scrittura e soprattutto nel vangelo, vediamo costantemente allopera questa legge. Per natura impossibile che una vergine dia alla luce un bambino senza il concorso delluomo, eppure Maria d alla luce Ges per opera dello Spirito Santo. Impossibile che i morti risorgano, eppure risorgono la figlia di Giiro (Mc 5, 41-42), il figlio della vedova di Nain (Lc 7, 14-15), Lazzaro (Gv 11, 43), e infine risorge Ges per non morire mai pi. Tutti i miracoli che vediamo nel vangelo e nella Chiesa sono una conferma di questa legge e chi vuole pu ancora oggi accertare, verificare, studiare: non sono i miracoli che mancano, ma persone che abbiamo il coraggio di lasciarsi interrogare dai miracoli. Com possibile che accadano fatti che la natura non pu produrre?

Senza vie di scampo

La vita cristiana una vita impossibile come impossibile per un fico produrre dei fichi quando non la stagione dei fichi, come impossibile spostare una montagna, come impossibile a una persona sola affrontare un esercito schierato a battaglia. Il guaio, o la fortuna, che siamo immersi in queste situazioni impossibili, dobbiamo affrontare queste difficolt, senza avere vie di scampo. Un esercito schierato contro di noi, questo esercito la straordinaria forza dellamore di Dio che ci assedia da ogni parte perch desidera conquistare il nostro cuore. Un esercito in battaglia tende a mettere a morte il suo nemico, cos lamore di Dio tende a far morire in noi tutto ci che si oppone allamore, alla vita, alla luce che Dio vuole comunicarci. Un malinteso ampiamente diffuso fra noi e Ges nel fatto che la vita come la intendiamo noi non la vita come la intende Ges, cos lamore, cos la gioia. I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie (Is 55, 8). La differenza fra il nostro modo di concepire la vita, lamore e la gioia, che noi concepiamo questi beni in modo limitato, ristretto, mentre Dio li concepisce in modo infinito: Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (Is 55, 9). Noi pensiamo a una vita, a una gioia, a un amore naturali, ossia a produrre fichi secondo le leggi della natura, ma Ges pensa a una vita, a una gioia, a un amore soprannaturali, ossia a produrre fichi secondo le leggi della grazia. Il cardinale Journet ha un pensiero che riassume bene e conferma queste riflessioni: Luomo stato invitato da Dio, fin dal principio, a partecipare in maniera inaudita alla beatitudine propriamente divina. stato creato non per divenire ci che per natura, un uomo; ma per divenire, per grazia, ci che non potrebbe essere per natura, partecipe della stessa natura divina. E per prepararlo a questo destino sublime, fin dai primi passi della sua esistenza, i raggi della luce di fede e di grazia non cessano di battere in mille maniere alle porte e alle finestre della sua anima (Conoscenza e inconoscenza di Dio).

Cambiare il fondamento

La difficolt grande come una montagna nella vita cristiana, che il programma prevede un cambio di fondamenta: la nostra vita deve essere fondata non sulle risorse naturali, ma soprannaturali, non su ci che vediamo, tocchiamo, gustiamo, ma su ci che non vediamo, non tocchiamo, non gustiamo. Ma allora questi beni che vediamo, tocchiamo, gustiamo, che senso hanno? I beni visibili sono un segno, unindicazione per orientarci verso i beni invisibili, sono come i cartelli stradali che permettono di raggiungere la meta. Quando un bene naturale, forse a lungo cercato, ci lascia poi delusi e amareggiati come se dicesse: Non sono io la meta, ci che cerchi, ci che desideri, si trova al di l di ci che io ti posso dare. Il guaio che noi confondiamo molto facilmente i beni di questo mondo con la meta; investiamo cos un mucchio di risorse per acquistare dei cartelli stradali, il che equivale a investire le nostre risorse per rimanere fermi. La complicazione e il dramma che, essendo il nostro cuore fatto per lassoluto, desidera lassoluto, ma cercando lassoluto in ci che assoluto non , reagisce con violenza a chi cerca in vario modo di staccarlo dai beni a cui si aggrappato.

Nel tempio

Un esempio della complessit e della gravit di questo dramma lo vediamo in ci che accade nel tempio. Nel tempio ci sono quelli che vendono, quelli che comprano, quelli che trasportano cose, e poi ci sono i capi dei sacerdoti e gli scribi; il giudizio che Ges d della situazione che il tempio diventato un covo di ladri (Mc 11, 17). C nel ladro una certa avidit che lo spinge a impadronirsi ingiustamente di beni che non gli appartengono. Questa avidit, unita alla violazione della legge, il segno che il ladro, attraverso i beni che brama, alla ricerca disperata dellassoluto. E anche se lo cerca nel posto giusto, ossia nel tempio, non lo cerca per nelle cose giuste, ossia: nel tempio di Dio cerca dei beni che appartengono a Dio ma non sono Dio. Ora, nella misura in cui nel tempio non si cerca Dio solo, come se gli si rubasse un bene che solo suo, vale a dire il bene che lui ha pensato per noi, il dono della sua stessa vita. Chiedendo lassoluto a dei beni che non possono darcelo compiamo uningiustizia, ed come voler rubare dei beni che non sono n nostri n delle cose che desideriamo possedere, sprechiamo cos un mucchio di risorse nel vano tentativo di rubare un bene che le cose create non possiedono. Cos facendo rendiamo sterile il desiderio di Dio e allora, prima o poi, diventeremo inevitabilmente sterili anche noi. Lavidit che minaccia i capi dei sacerdoti e gli scribi quella di chi ha influenza o potere su altre persone, nel senso che il piacere che si ottiene nellessere in qualche modo un riferimento a cui gli altri guardano o da cui altri dipendono, rischia di ubriacare o esaltare il proprio io a tal punto da indurlo ad agire in ogni momento e in ogni cosa per essere ammirato dagli uomini (Mt 23, 5). Si diventa cos ladri al sommo grado perch ci si appropria illegittimamente della gloria che dovuta a Dio solo. La gloria di Dio che i sacerdoti e gli scribi dovrebbero servire, diventa invece un pretesto per farsi riverire. SantAgostino descrive molto bene cosa nasce da questo stato di cose, leggiamo infatti nella Citt di Dio: Due amori hanno dunque fondato due citt: lamore di s, portato fino al disprezzo di Dio, ha generato la citt terrena; lamore di Dio, portato fino al disprezzo di s, ha generato la citt celeste. La prima si gloria di se stessa, la seconda in Dio, perch quella cerca la gloria degli uomini, questa considera sua massima gloria Dio (De Civ. Dei 14, 28).

Una forza pericolosa

Il Cantico dei Cantici dice inoltre che lamore forte come la morte (Ct 8, 6). Questa affermazione potremmo comprenderla secondo diversi aspetti. Un primo aspetto potrebbe essere: come nessuno di noi pu sfuggire alla morte, cos ognuno di noi deve inevitabilmente fare i conti con una certa forza damore che ci spinge a cercare lassoluto. Un secondo aspetto che un amore in cerca di assoluto tende inevitabilmente a mettere a morte tutto ci che ostacola, impedisce o contrasta il suo desiderio. Un ulteriore aspetto che un amore in cerca di assoluto va inevitabilmente incontro alla morte, e questa pu avere due esiti opposti. Se uno si sbaglia di assoluto e lo cerca in ci che assoluto non , la morte a cui va incontro una morte che distrugge senza rimedio e senza speranza. Se uno invece si lascia attirare dallassoluto che Dio, la sua morte pu diventare un dono damore e preludere alla beatitudine eterna. Ma ancor meglio bisogna dire: vero che ognuno di noi in cerca di assoluto, ma soprattutto ognuno di noi cercato da un amore assoluto, e lesito di questa ricerca una morte che pu assomigliare a quella del fico sterile o a quella di Ges. Tutto questo per dire che una storia damore non una storia indolore. La storia damore in cui siamo coinvolti la storia di un combattimento fra la vita e la morte, fra la luce e le tenebre, fra lamore che Dio e tutto ci che contrasta ed incompatibile con questo amore. Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa (Exultet).

Lattacco

Se il Signore ha affrontato questo prodigioso duello, non potranno certo evitarlo n coloro che lo vogliono seguire, n coloro che non lo vogliono seguire. Il nostro modo di concepire la vita si incontra o si scontra necessariamente con la Realt, ossia con il modo di concepire la vita di Dio. Il fatto poi che in noi e attorno a noi la concezione della vita in parte si incontri e in parte si scontri con la Realt, d origine alle situazioni straordinariamente complesse in cui siamo immersi. Ges dunque, mosso da infinito amore per il Padre suo e per gli uomini, scatena la battaglia: Rovesci i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. E insegnava loro dicendo: Non sta forse scritto: La mia casa sar chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni? Voi invece ne avete fatto un covo di ladri (Mc 11, 15-17). Questo dobbiamo aspettarci dal Signore, ossia che sconvolga, mandi allaria ed ostacoli tutto ci che fa di noi dei ladri perch cerchiamo lassoluto in modo illegittimo nei nostri traffici, nei nostri commerci, nelle nostre relazioni. Il vero traffico, il vero commercio, la vera relazione sono i beni che possiamo ottenere con la preghiera, ossia nella ricerca dellamicizia con Dio a cui la preghiera tende. E il grado di amicizia che il Signore ha in mente quello di chi con la preghiera pu chiedere qualunque cosa, anche a un monte di gettarsi nel mare; un grado di amicizia per cui lamico talmente intimo allamico da essere certo che otterr quanto chiede nella preghiera (Mc 11, 24). Prima che giungiamo a un tale grado di amicizia, molta acqua deve ancora passare sotto i ponti, inoltre impossibile per noi raggiungere una tale amicizia senza laiuto di una guida, senza accettare che Ges, quando il caso, rovesci i nostri tavoli e le nostre sedie e ci impedisca di trasportare cose attraverso il tempio, ossia di utilizzare le cose di Dio secondo i nostri corti pensieri, o di attaccarci a dei beni che non sono Dio chiedendo loro di fare le veci di Dio.

Il contrattacco

Quando in un prodigioso duello c un attacco, bisogna aspettarsi il contrattacco; infatti Marco puntualmente annota: Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire (Mc 11, 18). Evidentemente i capi dei sacerdoti e gli scribi si sentivano minacciati sia dal comportamento, sia dalle parole di Ges: Avevano infatti paura di lui, perch tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento (Mc 11, 18). Questo voleva dire che se i capi dei sacerdoti e gli scribi non avessero preso qualche contromisura, il favore e lamore della gente si sarebbero orientati sempre pi verso Ges e sempre meno verso di loro. Ora, il favore della gente era per i capi dei sacerdoti e per gli scribi una questione di vitale importanza, tanto vitale, tanto importante, tanto assoluta, da essere una questione di vita o di morte, nel senso che, se veniva loro meno il favore del popolo, veniva meno la loro stessa vita e allora non potevano che decidere di mettere a morte colui che stava mettendo a morte la loro vita. Forte come la morte lamore le sue vampe sono vampe di fuoco (Ct 8, 6). Fuoco che tende a bruciare e distruggere tutto ci che si oppone al suo cammino. Un fuoco cammina davanti a lui e brucia tuttintorno i suoi nemici (Sal 96, 3). Se il fondamento della citt dei capi dei sacerdoti e degli scribi fosse stato lamore di Dio, avrebbero dovuto rallegrarsi e accogliere con riconoscenza e amore chi veniva ad offrire su Dio un insegnamento molto superiore a quello che potevano offrire loro. Un insegnamento che aveva unautorit, una luminosit, una profondit tali da lasciare stupiti e ammirati quanti lo ascoltavano. Ma avendo fondato la loro citt sullamore di s, facevano la guerra a colui che era il capo della citt di Dio.

Sacerdoti, scribi e noi

Ora, tutta questa storia di scribi, di capi di sacerdoti, di gente che traffica nel tempio, ha forse qualche relazione con la nostra vita quotidiana? A prima vista siamo tentati di dire che non c nessuna relazione, ma, se guardiamo pi attentamente e pi in profondit, scopriamo che siamo immersi in questa storia fino al collo. Conviene osservare che la decisione di mettere a morte Ges si annida nei cuori dei sacerdoti e degli scribi. I sacerdoti poi sono capi di sacerdoti, ossia persone che avevano il potere di prendere delle decisioni in materia religiosa. Gli scribi invece avevano una conoscenza approfondita delle Scritture e delle cose di Dio e la trasmettevano al popolo, erano un po come i teologi, gli intellettuali, le menti pensanti della comunit. Ora, ognuno di noi in fatto di religione, nelle cose che riguardano Dio, al tempo stesso sacerdote e scriba: sacerdote capo perch inevitabilmente dobbiamo prendere una decisione a favore o contro Dio, e questa decisione la prendiamo in base alla nostra conoscenza in materia religiosa. Cos lo scriba sta alla nostra intelligenza e il sacerdote alla nostra volont. Nessuno pu rimanere neutrale, ma necessariamente con la nostra intelligenza e la nostra volont ci collochiamo da una parte o dallaltra del campo e, a seconda dellamore a cui vogliamo rispondere, scegliamo di abitare la citt terrena o la citt di Dio. Dobbiamo poi sapere che la convivenza di queste due citt non affatto pacifica ma, a causa del desiderio di assoluto che al lavoro nelluna e nellaltra, un combattimento allultimo sangue in atto, in maniera palese o nascosta, fino alla fine dei tempi.

La condanna a morte di Ges

Cercavano il modo di farlo morire Il modo pi diffuso per cui il nostro sacerdote capo e il nostro scriba tendono a realizzare questo proposito, quello di ignorare colpevolmente la persona di Ges. Sentiamo o intravediamo pi o meno lucidamente, pi o meno confusamente che la persona di Ges potrebbe minacciare lequilibrio confortevole che abbiamo raggiunto, o un certo benessere, una certa felicit, una certa tranquillit a cui non vogliamo assolutamente rinunciare e allora chiudiamo ermeticamente le porte e le finestre del nostro cuore per non sentire i suoi richiami, per non lasciarci interpellare dalle sue provocazioni. La nostra visione della vita e il benessere che abbiamo acquisito, guai a chi ce li tocca! Una provocazione molto efficace con cui il Signore ci interpella sono i santi. Ad esempio, Madre Teresa di Calcutta osservava acutamente come il grande male del nostro tempo sia lindifferenza. Abbiamo paura che i nostri tavoli, le nostre sedie, le nostre cose siano messi sottosopra dal fuoco che arde nel cuore di Ges, e allora ci difendiamo rinchiudendoci in una corazza impenetrabile di indifferenza. Ma la paura di Ges non giustifica e non giustificher la nostra chiusura nei suoi confronti. Se lo accogliamo, Ges mander allaria i nostri tavoli e le nostre sedie, il che non sar un gran danno, ma se colpevolmente non lo accogliamo dobbiamo sapere che una maledizione e una sterilit senza rimedio pesano su di noi. La maledizione e la sterilit per chi non ha voluto rispondere allamore. Il grande male la nostra indifferenza nei confronti dellamore di Dio; questa indifferenza, ancor pi dellostilit manifesta, ferisce e mette a morte Ges; perch lindifferenza gli lega le mai e i piedi rendendo impossibile ogni sua azione, ogni sua influenza sul nostro cuore. E Ges morente, incredibilmente, nonostante tutto, prega per noi dicendo: Padre, perdonali perch non sanno quello che fanno (Lc 23, 34). Noi non sappiamo quello che facciamo quando chiudiamo le porte del nostro cuore a Ges Nella misura in cui la nostra incoscienza ha delle attenuanti e delle giustificazioni, siamo autorizzati a sperare nel perdono del Padre, ma la nostra incoscienza e la nostra indifferenza potrebbero anche non avere delle scusanti e allora rischiamo di rendere vana lestrema preghiera, lestrema supplica di Ges, la quale, oltre che al Padre suo, anche rivolta al nostro cuore. Siccome nessuno pu sapere con certezza in che misura offende in vario modo lamore di Dio, in che misura siamo colpevoli e in che misura siamo innocenti, dobbiamo accettare questa incertezza con il sano timore ad essa collegato. Il timore di chi, consapevole della propria miseria, sa di mancare in ogni momento e in mille modi nei confronti di un amore infinito che pesa su di s.

LAmore e il non amore

Nella vita spirituale pu accadere ad un certo punto questo strano fenomeno: pi lamore di Dio si avvicina, pi noi diventiamo consapevoli di essere il non amore, pi ci rendiamo conto di essere incapaci di rispondere a tale amore, pi ci rendiamo conto di essere indegni di tale amore. Tutta la difficolt, la complessit e il dramma della vita cristiana nellincertezza delle nostre reazioni e della nostra risposta alle manifestazioni dellamore di Dio. C dunque un momento, una fase della manifestazione dellamore per cui, manifestando se stesso, lamore di Dio manifesta anche il nostro non amore. Se accettiamo questo momento piuttosto critico e disagevole, se non bariamo e non rifiutiamo una luce che fa anche soffrire, se avremo il coraggio di aver paura come dice il padre Molini, beneficeremo degli aiuti di cui abbiamo bisogno per attraversare questo momento. Laiuto il presentimento di una misericordia che di generazione in generazione si stende su quelli che lo temono (Lc 1, 50). Solo chi ha il sincero timore di offendere lAmore pu ricevere dallAmore il rimedio a questo timore.

Diventare misericordiosi

Unaltra disposizione per ricevere la misericordia quella di esercitarci a essere noi stessi misericordiosi. Essendo noi il non amore che ha relazioni quotidiane con altri non amore, capita con una certa frequenza che siamo feriti e a nostra volta feriamo i nostri fratelli; soffriamo per le loro mancanze damore e a nostra volta li facciamo soffrire per le nostre mancanze damore. Se non si corre ai ripari, il nostro non amore aiutato dal non amore di chi ci sta accanto pu trasformare la vita in un inferno. Il rimedio, indicato in varie circostanze e a pi riprese dal Signore, di disporre il nostro cuore a perdonare. Perdonare gli altri, perdonare noi stessi, perdonare tutto, perdonare sempre. Cos infatti il Signore conclude il suo insegnamento di fronte al fico ormai secco: Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perch anche il Padre vostro che nei cieli perdoni a voi le vostre colpe (Mc 11, 25). E se perdonare pu essere in certi momenti una difficolt grande come una montagna, il Signore ci dice: Abbiate fede in Dio, tutto possibile con il soccorso della grazia. Grazia che abbondantemente possiamo attingere guardando e ascoltando Ges sulla croce mentre prega il Padre di perdonare noi peccatori. Se poi la grazia che mostra la nostra incapacit di amare, il nostro peccato, ci mette a disagio e rischia di farci fuggire come gli apostoli, ancora una volta il Signore ci incoraggia dicendo: Sono io, non temete Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me, ogni peccatore pentito torner a casa giustificato e nella casa del Padre mio ricever in dono la beatitudine senza fine.

Brevi riflessioni

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Meditazioni

Consapevole che le meditazioni proposte non sono che incerti balbettii, faccio appello alla carit del lettore perch vengano accolte con benevolenza. In fondo, davanti a Dio, siamo tutti dei bambini bisognosi di imparare a parlare l'unica lingua che si parli nel suo Regno, la lingua dell'amore.

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