Meditazioni sul Vangelo

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La parabola dei chiamati a lavorare nella vigna

La parabola dei chiamati a lavorare nella vigna

Mt 20, 1-16

Difficolt di comprensione

I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie... Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (Is 55, 8-9). Cos Dio stesso ci dice come stanno le cose. Noi per facciamo di tutto per costruire un mondo secondo i nostri pensieri, costruiamo allora un mondo che non funziona. Ma corriamo anche un altro rischio: quello che troppo presto ci fa credere di comprendere le cose di Dio o il mistero della vita in cui siamo immersi. San Paolo ci avverte: Chi crede di sapere qualche cosa non ha ancora imparato come bisogna sapere (1Cor 8, 2). La parabola su cui vogliamo riflettere sembra fatta apposta per scombussolare le nostre idee e per suscitare interrogativi sul comportamento di Dio nei confronti dell'uomo. una parabola di cui non affatto facile scoprire l'aspetto consolante; si potrebbe dire che vale anche qui il Mistero Pasquale per cui la tribolazione precede la consolazione. In questo caso tribolata l'intelligenza che non riesce a capire.

Ges dunque racconta di un padrone che esce personalmente, pi volte durante il giorno, a cercare operai per la sua vigna, e al termine della giornata paga con un denaro sia quelli che hanno lavorato un'ora soltanto, sia quelli che hanno lavorato tutto il giorno. Giustamente questi protestano. Ma il padrone risponde che dei suoi beni libero di fare ci che vuole e non fa loro torto perch ricevono quanto avevano convenuto. La conclusione del racconto piuttosto enigmatica: Cos gli ultimi saranno primi e i primi ultimi. L'intenzione della parabola di farci conoscere qualche aspetto del Regno di Dio, di mostrare come funzionano le cose quando Dio che governa.

La difficolt di comprensione data dal fatto che il padrone si comporta in modo sconcertante sia verso i primi chiamati che verso gli ultimi, ma se verso questi mostra una magnanimit e una benevolenza al di l di ogni attesa, il suo comportamento verso i primi lascia inevitabilmente impressa una sensazione di ingiustizia. Ora, il senso o sentimento di giustizia qualcosa che Dio stesso ha posto nel cuore dell'uomo. A causa di questa sensibilit, tutti desideriamo che venga premiato chi si comporta bene e punito chi si comporta male. Chi studia giusto che prenda un bel voto e chi non studia un brutto voto, sentiamo inoltre ripugnanza verso il comportamento di chi, in modo disonesto, riesce a prendere un bel voto pur non avendo studiato. Allo stesso modo sentiamo ripugnanza quando vediamo i disonesti riuscire nella vita mentre gli onesti ottengono meno di quanto sarebbe loro dovuto.

vero che un padrone pu fare dei suoi beni quello che vuole, ma un padrone che non fa le cose giuste non un buon padrone e non lascia di s una buona impressione. anche vero che i primi ricevono quanto avevano concordato, ma per il sentimento di giustizia implicito che chi lavora di pi guadagni di pi e chi lavora di meno guadagni di meno. Se un denaro la giusta paga per una giornata di lavoro, mezzo denaro la giusta paga per chi lavora mezza giornata. La protesta dei primi sembra quindi del tutto corretta e non meritevole di rimprovero. Si potrebbe dire che ai primi toccata una doppia sfortuna: quella di aver faticato tutta la giornata e quella di venir trattati come coloro che hanno lavorato un'ora soltanto. Agli ultimi invece toccata una doppia fortuna: quella di aver lavorato poco e quella di aver guadagnato molto, anzi, molto di pi delle loro attese. Se cos stanno le cose, meglio essere ultimi che primi.

Interrogativi

Considerando il racconto da vari punti di vista vediamo che il comportamento del padrone fa contenti gli ultimi, scontenti i primi e lascia perplessi gli osservatori esterni. La perplessit causata dal fatto che impossibile conciliare il duplice volto del padrone: quello che rivela la sua magnanimit e quello che lascia un'impressione di immotivata ingiustizia. A questo punto doveroso chiedersi: qual il vero volto del padrone? Se mai dovessi trattare con un padrone simile, quale dei due volti incontrer? Queste sono domande che in modo pi o meno consapevole ogni uomo si pone o dovrebbe porsi nei confronti di Dio. Qual il suo vero volto? Quale volto incontrer quando sar passata la scena di questo mondo? Incontrer un Dio buono e misericordioso o un giudice severo?

Nei confronti di questi interrogativi sono possibili vari atteggiamenti, il peggiore quello che cerca scuse illudendosi che i veri problemi sono altri, oppure quello che vuole schivare ad ogni costo il tormento e la fatica della ricerca. Chi li adotta segue la via della perdizione e un giorno dovr fare i conti con Colui che ci chiede di lavorare almeno un'ora nella sua vigna e noi nemmeno quel piccolo sforzo vogliamo fare. Allora la sentenza sar: Il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; l sar pianto e stridore di denti (Mt 25, 30). Cos Ges condanna il servo che, per malvagit e pigrizia, non si era impegnato a trafficare il talento ricevuto in dono.

Un altro atteggiamento da evitare quello di dire troppo presto: Ho capito. Quando si indaga sulle "parole di Dio", e tutto ci che esiste in fondo una parola di Dio, c' da aspettarsi che le cose siano molto pi meravigliose e profonde di quello che riusciamo a cogliere a prima vista. Alcuni esempi semplicissimi: al mattino vediamo il sole sorgere a est e alla sera lo vediamo tramontare a ovest, chi di noi, senza appoggiarsi sull'autorit degli scienziati, in grado di spiegare perch, contrariamente alle apparenze, non il sole a muoversi ma la terra? O perch d'estate fa caldo e d'inverno fa freddo? O come funziona il nostro occhio o il nostro orecchio?

Alla ricerca del senso

Proviamo allora a cercare il vero volto del padrone o il senso profondo della parabola. Si potrebbe incominciare riflettendo sull'affermazione finale di Ges: Cos gli ultimi saranno primi e i primi ultimi. Ora, nella parabola, non c' nessuno pi ultimo di chi ha lavorato un'ora soltanto, e non c' nessuno pi primo di chi ha lavorato fin dal mattino. Allora, Ges vuol forse insegnare uno stratagemma per riuscire a cavarsela facendo il meno possibile? Che cosa c' negli ultimi di cos prezioso da farli diventare primi agli occhi di Dio e che cosa c' nei primi di cos pericoloso da rendere necessario per loro un cammino verso l'ultimo posto? C' in effetti negli ultimi una cosa preziosissima ed una duplice consapevolezza: quella per cui sanno di non meritare quanto il padrone dona loro e quella per cui sanno che tutti coloro che li hanno preceduti nel lavoro meritano senz'altro pi di loro. Ecco l'atteggiamento di umilt che richiesto per entrare nel regno di Dio.

I primi invece non hanno questa duplice consapevolezza perch avendo incominciato a lavorare fin dal mattino, pensano di meritare quanto viene loro dato e di meritare di pi rispetto ad altri. Questa presunzione di meritare qualcosa nei confronti di Dio e di meritare di pi rispetto ad altri, contraria allo spirito di umilt richiesto per funzionare come si deve nel Regno di Dio; di qui la necessit per i primi di diventare a loro volta ultimi, se accettano di compiere questo cammino riceveranno anche loro molto di pi di quanto riusciranno a sperare.

La parabola allora, non mostra tanto come funziona la giustizia nel Regno di Dio, ma come dobbiamo funzionare noi per poterci entrare, qual l'atteggiamento che ci rende graditi agli occhi di Dio e scatena la sua generosit. Questo atteggiamento l'umilt che ci fa contenti di essere ultimi e contenti di considerare tutti gli altri pi meritevoli di noi. Possiamo ancora osservare che negli ultimi, proprio perch ricevono molto di pi di quanto potevano sperare, sorgono sentimenti di gratitudine e di amore verso il padrone molto maggiori di quelli che sorgono in chi ritiene di meritare il suo salario. Sorgono infine sentimenti di umilt anche nei confronti dei compagni di lavoro perch, avendo lavorato poco, non potr mai passare loro per la testa di considerarsi pi meritevoli degli altri, quindi per loro normale sentirsi poco considerati e ignorati da tutti.

Vediamo allora che la parabola, in modo sorprendente, ci fa riflettere sulle condizioni per essere graditi a Dio, per funzionare bene nel suo Regno. Queste condizioni sono: dare almeno un'ora di lavoro, non ritenersi meritevoli di quanto il Signore vorr darci, ritenere tutti gli altri superiori e pi meritevoli, avere sentimenti di gratitudine e amore verso Dio. Il rischio che corrono i primi invece, quello di ritenersi superiori agli altri, di non essere troppo benevoli e disprezzare chi, per vari motivi, non pu dare molto, anzi, pu dare poco, solo un'ora di lavoro. Rischiano inoltre di essere ingrati credendo di meritare quanto ricevono. La parabola ci mostra invece il volto buono di un padre che vuole dare molto anche a chi riesce a dare solo poco.

Verifica dell'umilt

Ma il sentimento di ingiustizia che questo comportamento suscita? Proviamo a lasciare in sospeso per il momento la domanda e chiediamoci: noi, rispetto alla perfezione dell'umilt che la parabola suggerisce, come siamo messi? Come reagiamo se veniamo trascurati, disprezzati, offesi, umiliati? Come reagiamo se vediamo altri apprezzati, onorati, elogiati, stimati? Qual il nostro atteggiamento verso le persone umili e gli atti di umilt e quale il nostro atteggiamento verso le persone importanti? Qual il nostro giudizio sugli atti di chi cerca il proprio prestigio e la propria gloria? Come reagiamo nei confronti delle persone che sbagliano?... Ma soprattutto, il nostro desiderio a che cosa aspira? Tende verso i primi posti o contento di cercare l'ultimo posto?

Oltre alla verifica proposta da queste domande, conviene considerare che molto probabilmente, nel migliore dei casi, non siamo messi molto diversamente dagli apostoli. Ora, gli apostoli di esempi e di insegnamenti sull'umilt da parte di Ges ne avevano visti e sentiti parecchi. Dall'umilt della sua nascita a Betlemme, ai lunghi anni di vita ordinaria e laboriosa in un piccolo villaggio della Galilea - sempre nella casa di Maria e Giuseppe - al suo mettersi in fila con i peccatori per ricevere il battesimo di Giovanni. E poi gli insegnamenti: beati i poveri, gli afflitti, i perseguitati (Mt 5, 3ss). Quando sei invitato a nozze non metterti al primo posto (Lc 14, 8). Quando avrete fatto tutto quello che vi stato ordinato dite: siamo servi inutili abbiamo fatto quanto dovevamo fare (Lc 17, 10). Imparate da me che sono mite e umile di cuore (Mt 11, 29). La parabola del fariseo e del pubblicano che pregano nel tempio (Lc 18, 10). E poi la lode al Padre che rivela i suoi segreti ai piccoli (Mt 11, 25).

Ma nonostante la chiarezza, l'abbondanza e l'autorevolezza di questi insegnamenti, pochi versetti dopo la parabola che stiamo meditando viene narrato l'episodio della madre dei figli di Zebedeo che chiede a Ges un posto di prestigio per i figli Giacomo e Giovanni (Mt 20, 20-21). Dal Vangelo di Luca sappiamo che l'aspirazione a essere primi era comune a molti, leggiamo infatti: E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare pi grande (Lc 22, 24). Allora Ges ribadisce: Colui che vorr diventare grande tra voi, si far vostro servo, e colui che vorr essere il primo tra voi, si far vostro schiavo (Mt 20, 26-27). E Sano Paolo ai Filippesi dir: Non fate nulla per spirito di rivalit o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umilt consideri gli altri superiori a se stesso (Fil 2, 3).

Questo episodio mostra come la nostra inclinazione non sia affatto di seguire gli insegnamenti e gli esempi di Ges sull'umilt, ma di andare nella direzione opposta. Se siamo onesti dobbiamo ammettere che molte volte anche noi, come i farisei, facciamo s opere buone, ma in esse c' anche un segreto desiderio di essere ammirati dagli uomini (Mt 23, 5). Quante volte amplifichiamo pi del dovuto ci che ci riguarda. Oppure ci arrampichiamo sui vetri per non ammettere che certe cose non le conosciamo o le conosciamo in modo superficiale. A volte mentiamo anche, lasciando credere di sapere ci che non sappiamo, oppure, per essere lodati e ammirati, lasciamo credere che sia farina del nostro sacco ci che appartiene ad altri. Simili tendenze sono gravi, dimostrano infatti che pi della verit cerchiamo stoltamente la nostra gloria. Oppure, pi miseramente, cerchiamo di nascondere le nostre nudit. Allora, nei confronti della vigna destinata a produrre grappoli di umilt, abbiamo gi risposto all'invito del Signore per mettere in pratica i suoi esempi e i suoi insegnamenti? Forse si, forse no.

... come il lavoro di un'ora

Supponiamo che qualcuno fin dal primo mattino si sia impegnato a lavorare diligentemente questo vitigno, giunto alla sera che cosa dovr constatare? Dovr constatare che pur avendo lavorato tanto, avr ottenuto molto poco. Poco come chi avesse lavorato un'ora soltanto. E la stessa cosa si pu dire per il lavoro svolto nella cura di altri vitigni come la pazienza, la benevolenza, la delicatezza, l'obbedienza, la fortezza, il coraggio... ma soprattutto tutto ci che riguarda la fede, la speranza e la carit. L'affermazione di Ges che i primi devono diventare ultimi la possiamo considerare allora come un invito a prendere coscienza della nostra reale posizione davanti a Dio. La nostra risposta all'amore di Dio, per quanto facciamo, sar sempre inadeguata e insufficiente, cos come la nostra fede e la nostra speranza. La nostra risposta come quella di chi, in una giornata, riesce a lavorare un'ora soltanto, siamo tutti operai dell'ultima ora. C' un'orazione della messa che molto opportunamente ci invita a prendere coscienza della nostra povert, essa dice: all'estrema povert dei nostri meriti, supplisca l'aiuto della tua misericordia. Ecco perch non c' ingiustizia verso nessuno, nessuno infatti riceve quello che merita, ma tutti, per la bont del padrone, riceviamo molto di pi di quanto meritiamo.

Tutti siamo operai dell'ultima ora, ma rispetto a questo dato di fatto ci possono essere diversi gradi di consapevolezza; tali gradi li possiamo vedere rappresentati nei vari gruppi che durante la giornata lavorano pi o meno a lungo. Nei gruppi delle ultime ore pi forte la consapevolezza di non meritare gran ch e di essere i pi poveri e indegni di tutti; questa consapevolezza massima negli ultimi e molto debole o quasi inesistente nei primi, ecco perch questi devono diventare ultimi.

Quando il Signore, sconcertando tutti, afferma che i pubblicani e le prostitute vi passeranno avanti nel Regno di Dio (Mt 21, 31), o nella parabola invita al banchetto poveri, storpi, ciechi e zoppi... (Lc 14, 21) o accoglie in Paradiso il buon ladrone (Lc 23, 39-43), manifesta e applica la logica piuttosto strana che governa le cose nel Regno di Dio. Come abbiamo visto, secondo questa logica pi uno povero, misero e debole, pi consapevole di non meritare nulla e di essere l'ultimo di tutti, pi gradito agli occhi di Dio, il quale non aspetta altro per manifestare la sua misericordia e la sua generosit.

Nessuna prostituta pu ritenersi degna del Regno di Dio, nessun poveraccio pu aspirare a partecipare a un banchetto regale, e il buon ladrone si riteneva degno soltanto del castigo che subiva; eppure proprio queste povert e queste miserie, se vengono raggiunte dalla grazia, possono generare un'umilt priva di arroganza capace di affascinare il cuore di Dio e indurlo a colmare al di l di ogni attesa queste povert.

Santi e peccatori

Per tentare di comprendere il paradosso di questa logica proviamo ad immaginare, verso la fine della loro vita, un ergastolano e una prostituta da una parte e un monaco e una monaca di clausura dall'altra. Ora, potrebbe anche accadere che l'ergastolano e la prostituta entrino prima e ottengano un posto migliore nel Regno di Dio del monaco e della monaca. Se l'ergastolano e la prostituta, la cui vita non altro che un cumulo di disastri e di macerie, vengono raggiunti dalla grazia, ossia se nel pi intimo del loro cuore e della loro miseria fanno l'esperienza dell'amore di Dio, amore che non li respinge ma li accoglie e li perdona, questo pu scatenare in loro una gratitudine, un amore e un'umilt cos profondi da ottenere una ricompensa uguale a quella meritata dal monaco e dalla monaca. Cos pur avendo lavorato un'ora soltanto vengono ricompensati come se avessero lavorato tutto il giorno. E il monaco e la monaca, pi sono avanti nella via della perfezione, pi si rallegrano di fronte allo stupefacente spettacolo di un Dio che capace di elevare ai massimi gradi di santit chi ha trascorso la vita negli abissi della miseria.

La specialit di Dio quella di sollevare l'indigente dalla polvere, e dall'immondizia rialzare il povero, per farlo sedere tra i principi, tra i principi del suo popolo. Cos canta il salmo 112, 7-8. Inoltre, colui al quale si perdona poco, ama poco (Lc 7, 47). Da cui segue che colui a cui si perdona molto ama molto. questo in fondo ci che Dio vuole ottenere da tutti, un grande amore verso Lui e verso i fratelli. Per raggiungere questo obbiettivo la sua misericordia pu adottare due vie o due stratagemmi: quello di perdonare molto a chi sbaglia molto, e sono gli operai dell'ultima ora; e quello di perdonare in anticipo chi, senza abbondanti grazie preventive, sbaglierebbe ugualmente molto, e sono gli operai della prima ora. La parabola ci dice per che gli operai della prima ora hanno una certa difficolt a rendersi conto che in fondo sono anche loro persone a cui stato perdonato molto. Ecco ancora la necessit di diventare ultimi, ossia di scoprirsi perdonati tanto quanto i peccatori pi peccatori della terra. quanto sentiamo spesso ripetere dai santi: non c' sulla terra uno pi peccatore e pi miserabile di me.

Quando il santo e il peccatore raggiungono la consapevolezza di essere dei perdonati, raggiungono entrambi l'ultimo posto e ottengono la massima ricompensa, ossia la scoperta di una misericordia che va al di l di ogni immaginazione, scoprono il vero volto di Dio. Possiamo allora dire che impossibile scoprire il vero volto di Dio se non accettiamo di lasciarci condurre verso l'ultimo posto, vale a dire a scoprire l'estrema povert dei nostri meriti, a scoprire che siamo tutti dei perdonati e degli operai dell'ultima ora. Pi acconsentiremo a diventare consapevoli di questo, non resistendo troppo alla Luce divina che proprio le nostre povert e il nostro nulla vuole in un primo tempo mostrarci, pi gioiremo; infatti, nella parabola come nella realt, nessuno ha una gioia pi grande degli operai dell'ultima ora, perch nessuno pi di loro consapevole di non meritare quanto il padrone dona loro. Mentre la gioia diminuisce via via che qualcuno si ritiene degno di meritare un po il suo salario.

L'insegnamento dei maestri

Per concludere, integrare e confermare le cose dette ascoltiamo l'insegnamento di due autorevoli maestri. Sul fatto che siamo tutti dei perdonati santa Teresina di Lisieux cos si esprime: Io non ho dunque alcun merito per non essermi abbandonata all'amore delle creature, poich da esso fui preservata per grande misericordia del Signore! Riconosco che senza lui avrei potuto cadere in basso quanto santa Maddalena... Lo so, colui al quale si rimette meno, ama meno, ma so anche che Ges mi ha rimesso pi che a santa Maddalena perch mi ha rimesso in anticipo impedendomi di cadere... Se il mio cuore non fosse stato innalzato verso Dio fin dal primo risveglio, se il mondo mi avesse sorriso fin dal mio entrare nella vita, che sarei diventata? (Man A 119-120, 124).

Circa il fatto di lavorare molto ma di riuscire a ottenere molto poco ascoltiamo ancora Teresina: Ahim! Quando mi riporto al tempo del mio noviziato vedo quanto ero imperfetta...Pi tardi, senza dubbio, il tempo attuale mi parr ancora pieno d'imperfezioni, ma ora non mi stupisco pi di nulla, non mi affliggo vedendo che sono la debolezza stessa, al contrario, in essa mi glorio (2 Cor 12, 5) e mi aspetto giorno per giorno di scoprire in me nuove imperfezioni (Man C 294). E don Divo Barsotti: Nonostante la mia povert, nonostante che abbia sciupato tutta la vita, vivendo solo di desiderio una vita fiacca e vuota di amore, dammi di credere alla tua Misericordia. Sono ormai alle soglie della morte, vedo come avrei dovuto impegnarmi e come di fatto non ho saputo far nulla per te (Diario Figli nel Figlio p. 96). E ancora. Quando penso che vicina la morte mi vorrebbe prendere lo sgomento. Ho rovinato tutto, mi sento povero e nudo. Eppure sento che lo sgomento ancora frutto di amor proprio. Dio pu in poco tempo riparare non solo col perdono, ma col realizzare in me quello che io non ho fatto (Diario citato p. 123). E il padrone che considera il lavoro di un'ora come se fosse il lavoro di un'intera giornata, autorizza questa speranza.

Sull'atteggiamento da avere nei confronti dei fratelli sentiamo ancora don Barsotti: Non solo accettare, ma anche godere che gli altri siano migliori di te e abbiano maggiore successo (Diario p. 101). Ancora sulla nostra povert e sull'ultimo posto. L'Onnipotente ha fatto grandi cose nell'anima di colei che figlia della sua divina Madre, e la pi grande di averle mostrato la sua piccolezza, la sua impotenza (Teresina Man C 274). la mia miseria che attira il suo amore. La conoscenza viva e dolorosa della mia povert non fa che accrescere la mia fiducia. Non presunzione: il vuoto della creatura attira irresistibilmente la grazia (Barsotti Diario p. 132). L'unica cosa che non sia esposta all'invidia, l'ultimo posto; non c' che quest'ultimo posto che non sia per nulla vanit e afflizione di spirito. Ci nonostante, "la via dell'uomo non in suo potere" (Ger 10, 23), e talvolta ci sorprendiamo a desiderare ci che attira per il suo splendore... ... Appena egli ci vede convinte del nostro nulla, ci tende la mano. Se vogliamo ancora tentare di far qualcosa di grande, sia pure sotto pretesto di zelo, il buon Ges ci lascia sole. "Ma, da quando ho detto: il mio piede vacilla, la vostra misericordia, Signore, mi ha sorretto" (Sal 93, 18). Si, basta umiliarsi, sopportare con dolcezza le proprie imperfezioni: ecco la vera santit. Prendiamoci per mano, sorellina amata, e corriamo ad occupare l'ultimo posto: nessuno verr a contendercelo (Teresina Lettera 215). Gli apostoli senza Nostro Signore lavorarono tutta la notte e non presero neppure un pesce, ma la loro fatica era accetta a Ges. Voleva mostrare loro che lui soltanto ci pu dare qualche cosa. Voleva che gli apostoli si umiliassero..."Figlioli, dice loro, avete nulla da mangiare? (Gv 21, 5) Signore - rispose san Pietro - abbiamo pescato tutta la notte senza prendere nulla (Lc 5, 5)"... Non avevano nulla, e cos Ges riemp subito la loro rete in modo da farla rompere. Ecco qual il carattere di Ges: dona da Dio, ma vuole l'umilt del cuore (Teresina Lettera 140).

Chi consola questa parabola

Giunti a questo punto potremmo dire che la parabola tanto pi consola e dona speranza quanto pi si consapevoli di essere poveri, miseri, impotenti, indegni, peccatori, in una parola quanto pi si ultimi. All'ultimo posto si pu giungere percorrendo due vie: una in cui si perdonati e risollevati dai disastri e dalle macerie dall'amore misericordioso di Dio; l'altra in cui, lo stesso amore misericordioso, perdona in anticipo e preserva dagli stessi disastri e dalle stesse macerie. In realt, nella vita di ogni uomo, il perdono che risolleva dalla caduta e il perdono che la previene distribuito in varia proporzione dalla Sapienza di Dio. A chi accetta di diventare ultimo, l'ora di lavoro che a tutti richiesta, verr calcolata, per la bont di Dio, come se avesse prodotto il lavoro di un'intera giornata, ossia verr dato a tutti al di l di ogni immaginazione.

Per gli uni l'ora di lavoro vuole dire aprire il cuore alla verit, al pentimento e all'amore di Dio. Per gli altri accettare di riconoscere l'estrema povert dei nostri meriti, ossia che la nostra risposta all'amore di Dio paragonabile all'opera di chi, in una giornata, lavora un'ora soltanto. Ma, il colpo di scena finale rivela che il nostro poco amore verr calcolato come se fosse un amore capace di dare la vita, la nostra poca fede come se fosse una fede capace di spostare le montagne, la nostra poca speranza come se avessimo passato la vita a desiderare Dio solo... Che il Signore ci doni di comprendere il suo cuore e di gioire per la sua bont. A Lui onore e gloria nei secoli, Amen.

Brevi riflessioni

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Meditazioni

Consapevole che le meditazioni proposte non sono che incerti balbettii, faccio appello alla carit del lettore perch vengano accolte con benevolenza. In fondo, davanti a Dio, siamo tutti dei bambini bisognosi di imparare a parlare l'unica lingua che si parli nel suo Regno, la lingua dell'amore.

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